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Giorgetti (Mise): realizzare le complesse riforme del Pnrr è la vera sfida
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Giorgetti (Mise): realizzare le complesse riforme del Pnrr è la vera sfida

08 ottobre 2021, 19:48 Ultimo aggiornamento: 19:52

Solo la ritrovata fiducia nel futuro può determinare una crescita stabile e duratura, secondo Giorgetti, grazie alla componente strutturale delle riforme previste dal Pnrr

“Trasformare il Plan in Recovery è la vera sfida, infatti, l’impresa non è tanto scrivere le complesse riforme ma metterle a terra”. Perché la reale “importanza del Pnrr “non deriva dalla mole dei fondi ma dal tipo di riforme strutturali che prevede”. Queste le parole del ministro dello Sviluppo economico (Mise), Giancarlo Giorgetti, al convegno "L'economia del Made in Italy" nell'ambito dell'evento "Forum in masseria".

Il motore per l’attuazione delle riforme deve essere duplice, ha sottolineato il numero uno del Mise. Da un lato, serve “una pubblica amministrazione più moderna, efficiente e orientata al risultato”, e qui si pone “la sfida di motivare, premiare il merito e reclutare forze nuove”. Dall’altro lato, è necessario un “hummus imprenditoriale ricettivo e ancora più disposto al rischio”. D’altronde, “lo sviluppo economico che si immagina deriverà dal Pnrr è innescato dal finanziamento pubblico ma si alimenta solo se l’iniziativa e imprenditoria privata coglieranno le opportunità delle nuove sfide”. Deve diffondersi quella che il ministro Giorgetti definisce “cultura dell’intrapresa”, accompagnata però sempre da uno Stato che “difenda, assista e promuova”. Perché per quanto dei progressi siano stati fatti, restano rispetto alla Francia o alla Germania “ampi margini di miglioramento soprattutto in quei settori in cui potremmo fare affidamento sul brand Italia”.

Già il rilancio sembra complessivo e “l’effervescenza diffusa”, e se “non sprechiamo le condizioni straordinarie che ci sono ora”, l’ipotesi di una crescita dell’oltre 6% nel 2021 non è così irrealizzabile, “perché sicuramente siamo una fase di contenimento della pandemia”. Anche se restano due incognite che riguardano tutto il mondo occidentale, ha puntualizzato Giorgetti: la domanda e i consumi dell’ultimo trimestre, soprattutto a dicembre, e l’impatto dei “colli di bottiglia” sull’industria manifatturiera.

L’Italia può “mettersi in asse su tutti i punti di vista, esprimendo tutte le potenzialità inespresse specialmente nel Sud”, partendo dalla consapevolezza di quello che “è e rappresenta il nostro Paese”. Soltanto così, ha affermato Giorgetti, si può ricostruire “la fiducia nel futuro” tra gli investitori per creare un quadro di investimenti duraturi, tra i giovani per far “investire il loro futuro qui” e tra le imprese. Ne deriverebbe una crescita “crescita solida e duratura che permetterebbe di affrontare il problema del debito e generare margini per poter comprimere la pressione fiscale”.

Il ministro dello Sviluppo Economico ha risposto poi a domande sui temi politici più caldi del momento. Sulla questione Alitalia, ha innanzitutto ricordato che alla gara pubblica per il marchio ha partecipato solo Ita, adesso è scattata la fase di trattativa privata “quindi ad un pezzo più basso”. Giorgetti ha poi riconosciuto che il mercato del trasporto aereo “è molto complicato", perché “sopravvivono o le grandi o le low cost”. Ita ha messo in chiaro che non vuole essere una low cost e parte come una piccola realtà, anche se dovrebbe “raggiungere l’equilibrio economico in due anni”. In sostanza, “il futuro di Ita dipende dalle condizioni di mercato, dalla ripresa o meno del traffico aereo” ma quello che è sicuro è che “gli amministratori hanno posizioni anche molto rigide sotto l'aspetto del rispetto dei criteri di efficienza ed economicità, come ha dimostrato l’atteggiamento rispetto alla politica delle assunzioni, molto contestato dai sindacati”. Il numero uno del Mise ha affermato che “ragionevolmente Ita andrà a cercare qualche forma di collaborazione”, il che non significa necessariamente un’acquisizione, perché “chi cerca la collaborazione di Ita ha bisogno in qualche modo del brand italiano, non lo dico politicamente ma da un punto di vista aziendale: fa comodo a un grande gruppo avere una compagnia caratterizzata da un brand come quello italiano, che nel mondo continua a mantenere la sua attrattività”. Tante sono “le critiche che arrivano da fuori, ma se uno conoscesse i regolamenti europei e nazionali, le norme italiane e la legge sulle amministrazioni straordinarie, si renderebbe conto che quello che si sta facendo è una specie di miracolo”, ha concluso sul tema il ministro.

Sull’ipotesi di Draghi al Quirinale, Giorgetti ha semplicemente detto “basta aspettare tre mesi”. Ma una cosa è certa: “Mario Draghi è il Brand che nei consessi internazionali continua a dare all’Italia uno standing diverso e potrebbe significare un nuovo bilanciamento di poteri a livello europeo”. E incalzato sull’ipotetico dopo Draghi Presidente della Repubblica, Giorgetti ha detto che l’idea “da manuale di scienze politiche del ciclo elettorale, cioè il fatto che i partiti iniziano un anno prima delle elezioni a pensare e agire per vincere le elezioni, penso possa applicarsi anche al governo italiano”. E le elezioni se non si faranno nel 2022 comunque si terranno nel 2023. Draghi però, ha chiuso Giorgetti, “credo apprezzi e conti anche sul nostro contributo di idee per assicurare un bilanciamento alla sua azione di governo”, “il metodo del confronto come sempre aiuterà a risolvere i problemi che inevitabilmente ogni Governo si trova di fronte in una situazione così complessa come quella che viviamo”. E poi il fatto che "dopo il temporale arriva il sereno, è una regola della politica”. (riproduzione riservata) 



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