Con un governo molto attento agli interessi nazionali e pronto a contestare l’italianità di Unicredit, può sorprendere che il consolidamento bancario debba passare per Parigi. Eppure la centralità del Crèdit Agricole nella partita in corso attorno all’ops su Banco Bpm (il prospetto è stato depositato venerdì 13 in Consob) è un dato di fatto.
Dopo aver prenotato il 15,1% di Piazza Meda grazie agli equity swap di Jp Morgan, il secondo istituto francese dopo Bnp Paribas sarà l’ago della bilancia e condizionerà in maniera significativa le future geografie del settore. Per questo sia il ceo di Unicredit Andrea Orcel che il numero uno del Banco Giuseppe Castagna hanno aperto i canali diplomatici, mettendo sul tavolo una serie di ipotesi per portare Parigi dalla propria parte.
Al momento il vertice dell’Agricole ha dichiarato la propria neutralità nella contesa, lasciando però intendere che le scelte di campo dipenderanno dalle contropartite economiche che verranno messe sul piatto.
La strategia punta inoltre a evitare frizioni con il governo e a difendere il ruolo di banca di sistema che l’istituto guidato da Philippe Brassac ha storicamente giocato in Italia. Lo dimostra la scelta di avvertire Palazzo Chigi prima del balzo al 15,1% del Banco, che ha garantito ai francesi un apertura di credito presso il premier Giorgia Meloni e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.
Agricole del resto si è sempre mosso in modo prudente in Italia. A partire da quando, nell'autunno del 1989, con il proprio intervento consentì a Giovanni Bazoli di rompere l'assedio di Mediobanca al Nuovo Banco Ambrosiano. Qualche anno dopo fu ancora l'Agricole a fare da scudo di fronte a un nuovo assalto di Enrico Cuccia, cioè l'opa selettiva della Comit nel corso della quale i francesi offrirono una preziosa sponda a Bazoli. Anche il divorzio dalla neonata Intesa Sanpaolo nel 2007 avvenne nel segno della diplomazia.
Proprio quell'accordo consentì ai francesi di consolidare una presenza diretta in Italia attraverso l'acquisto di Cariparma e Friuladria, che ancora oggi costituiscono il perno dell'Agricole nel Paese. A distanza di 17 anni oggi il gruppo conta nella penisola (secondo mercato a livello globale in base ai dati di fine 2023) sei milioni di clienti, 100 miliardi di impieghi, 331 miliardi di raccolta e 4,8 miliardi di ricavi.
Come per tutte le altre banche europee, anche per Crédit Agricole in questa fase di tassi calanti l’attenzione è concentrata sui business ad alto contenuto commissionale. Sotto la lente ci sono soprattutto il credito al consumo (presidiato attraverso la fabbrica prodotto Agos Ducato, di cui la banque verte detiene il 61% mentre Banco Bpm è socio di minoranza al 39%), le assicurazioni e soprattutto il risparmio gestito dove opera la controllata Amundi, numero uno europeo nel settore con oltre due mila miliardi di attivi. Che il colosso dell’asset management oggi sia più che mai al centro della strategia di Agricole lo dimostrano anche le scelte fatte su altri scacchier: Parigi ha avviato una delicata trattativa con Allianz Global Investor che, se coronata da successo, darebbe vita a un polo da 2.755 miliardi di attivi.
Proprio su questi ambiti potrebbe potrebbe insomma concentrarsi il negoziato con Unicredit e con il Banco. La prima linea di piazza Gae Aulenti (che ha già tentato un primo, infruttuoso approccio con Parigi nelle scorse settimane) ha diverse carte da giocare. La prima è l’alleanza con Amundi. La partnership sul gestito è figlia della cessione di Pioneer all'asset manager francese, realizzata nel 2016 per 3,5 miliardi. Orcel ha da tempo messo nel mirino l’intesa e si sono rincorse indiscrezioni su uno scioglimento anticipato.
La perdita del contratto (che scadrà comunque nel 2027) sarebbe un vulnus per il business italiano di Amundi che nel paese ha 366 dipendenti. Ecco perché nella trattativa Unicredit potrebbe fare leva sul rinnovo degli accordi decennali in modalità e tempistiche ancora tutte da definire. Un’altra carta da giocare potrebbe essere la blindatura delle intese commerciali che la banque verte ha con il Banco. In gioco qui ci sono le alleanze nel credito al consumo (attraverso Agos Ducato) e nelle polizze danni (attraverso Banco Bpm Assicurazioni). Da ultimo potrebbe finire in palio la rete di sportelli che l’Antitrust chiederà di far uscire dal perimetro del nuovo gruppo e che dovrebbe soprattutto collocarsi nelle regioni del Sud.
Un incontro formale tra Orcel e Brassac è atteso entro Natale, anche se potrebbe essere posticipato all’inizio di gennaio per definire meglio il perimetro e i contenuti del negoziato.
Anche Castagna ha iniziato a discutere con i francesi. I rapporti tra il ceo di Banco Bpm, Brassac e il responsabile dei business italiani dell’Agricole Giampiero Maioli (che in primavera potrebbe assumere la presidenza della controllata tricolore dopo 14 anni da top manager) sono di reciproca stima, anche alla luce dei risultati che negli ultimi anni Milano ha portato al suo primo socio.
Basti pensare che la partecipazione ha reso complessivamente il 225% dall’aprile 2022 a oggi, considerando sia il capital gain potenziale realizzato sulle azioni che i dividendi incassati. Il trackrecord insomma gioca a favore di Castagna che potrebbe anche proporre ai francesi ipotesi ambiziose. In questi giorni l’istituto milanese e i suoi advisor (Lazard e Citi sul fronte finanziario e lo studio Legance su quello legale) sono al lavoro per definire le contromosse nel rispetto della passivity rule. Le decisioni dovrebbero maturare tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio, in modo da anticipare le iniziative di Orcel.
Sul tavolo ci sono proposte che, se approvate dall’assemblea, andrebbero a rafforzare il valore economico della banca: un dividendo straordinario o un rilancio su Anima Holding, sulla quale Castagna ha lanciato lo scorso 6 novembre un’opa da 1,6 miliardi. Ma allo studio ci sarebbe anche una fusione con il Montepaschi, di cui il Banco ha recentemente comprato il 5%. Tecnicamente come si potrebbe muovere Castagna? Il primo passo sarebbe l’annuncio di un memorandum of understanding e di un progetto di fusione che andrebbe poi sottoposto alla vigilanza di Bankitalia e della Bce per l’approvazione.
Considerando i 30 giorni necessari per la convocazione delle due assemblee straordinarie, sarebbero necessari almeno tre / quattro mesi per incassare l’imprimatur dei soci. L’idea è molto ambiziosa e richiederebbe l’appoggio preventivo dell’Agricole. Si specula che la contropartita possa essere non solo la blindatura delle alleanze attualmente in essere con il Banco, ma anche la garanzia di subentrare nelle partnership commerciali di Siena. In caso di fusione con piazza Meda infatti la banque verte potrebbe sostituire sia Axa che Compass alla scadenza degli attuali contratti sulla bancassurance e sul credito al consumo.
La proposta potrebbe ingolosire qualcuno a Parigi dove però non mancano le perplessità. Si teme per esempio che una mossa a sorpresa possa deprime il titolo Banco Bpm e compromettere così la consistenza del rilancio di Unicredit. Anche per questa ragione la banque verte potrebbe mantenere la linea della prudenza, schierandosi all’ultimo momento quando l’esito della partita sarà ormai scritto. (riproduzione riservata)