Il confronto storico dei rendimenti complessivi parla chiaro: nel lungo periodo i Btp in genere hanno battuto tutte le altre categorie di titoli di stato. Peraltro la loro rischiosità nettamente più alta, dovuta alla maggiore esposizione verso i cambiamenti nel tempo dei rendimenti di mercato (in misura tanto maggiore quanto più lontana è la scadenza, come evidenziano i segni negativi dell’ultimo triennio), è stata toccata con mano da inizio agosto 2021, quando è iniziato un calo di 14 mesi per un -27% complessivo.
Per questo,accorciando la misurazione agli ultimi otto anni la differenza di rendimento tra Btp e Bot si assottiglia, pur incontrando tassi inizialmente negativi per i Bot, fino ad accusare perdite negli ultimi tre anni da parte di tutti i Btp; mentre i Cct (o, meglio, i Ccteu) da quando le relative cedole sono indicizzate all’Euribor a 6 mesi anziché ai Bot a 6 mesi appaiono i vincitori dal 2016 a oggi. Anch’essi peraltro non sono riusciti a tenere testa all’impennata dell’inflazione, esplosa a inizio 2022 e culminata con il +11,5% segnato nel novembre dello stesso anno, che invece ha spinto i titoli con rendimento ancorato al carovita.
Fino al 2020 il confronto tra Btp Italia e Btpei aveva visto questi ultimi prevalere grazie alla maggiore inflazione europea rispetto a quella italiana (la prima sempre attorno a 1,5% e la seconda sempre sotto l’unità); dal 2021 al 2023 invece l’inflazione italiana è risultata più alta favorendo i Btp Italia. (riproduzione riservata)