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La sede storica di Assicurazioni Generali a Trieste
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Generali, Intesa Sanpaolo, Unicredit: il salotto buono trasloca da Milano a Trieste. Come saranno i nuovi equilibri

24 luglio 2026, 21:51

Nella compagnia assicurativa si sta formando un nuovo azionariato con protagoniste Unicredit e Intesa Sanpaolo, se riuscirà a conquistare Mps, accanto ai soci privati. Una sorta di replica dell’assetto di controllo della vecchia Mediobanca. Ma con obiettivi diversi

Sono bastate appena ventuno parole pronunciate da Andrea Orcel ai microfoni di Class Cnbc per riaccendere ancora una volta i riflettori sul riassetto di Assicurazioni Generali: «È ancora un investimento finanziario. Stiamo osservando, perché l’environment si sta muovendo e, in funzione di questo, prenderemo le nostre decisioni», ha detto giovedì 23 circa un eventuale interesse di Unicredit a crescere nella compagnia dall’attuale 9%. «Partecipazione finanziaria» è stata anche la definizione usata da Carlo Messina, ceo di Intesa Sanpaolo, per la quota del 13% che potrebbe trovarsi a detenere del gruppo triestino, se avrà successo l’opas su Mps-Mediobanca che quella ricca dote porta con sé.

La fotografia dell’estate del risiko bancario 2026 mostra così i due colossi italiani testa a testa – virtualmente, per ora, per Intesa – dentro l’altro colosso finanziario nazionale. Un colosso molto più forte che in passato. La cassaforte del risparmio e del debito pubblico attraverso oltre 40 miliardi di Btp nei portafogli, tra i maggiori investitori immobiliari al mondo con oltre 37 miliardi di euro, vede il suo titolo triplicato nei dieci anni di guida di Philippe Donnet, grazie alla crescita costante degli utili ma anche per gli scontri tra azionisti (tutti italiani) che hanno spinto al rialzo le quotazioni: a marzo 2016 l’azione valeva 13,8 euro, ora sfiora i 43 euro per una capitalizzazione che supera 65 miliardi.

A buon diritto Donnet, che il 6 agosto presenterà i conti del semestre, ha rivendicato ancora di recente che «Generali non è mai stata tanto forte com’è oggi. Abbiamo costruito in questi ultimi dieci anni una traiettoria di successo. Per mantenere e accelerare su questa traiettoria - e non c’è alternativa per Generali -, serve essere italiani, indipendenti e internazionali». Questi tre aggettivi continueranno ad applicarsi alla compagnia anche nel prossimo futuro?

L'indipendenza di Generali e l'offerta su Mps

Messina è stato chiaro: l’obiettivo dell’offerta su Mps non è il controllo di Generali ma mantenere l’utile netto incorporato dal prezzo pagato per Montepaschi, oltre che far leva sugli asset di Mediobanca nell’investment banking, nel private e nel credito al consumo. Ma, di Generali, Messina si pone anche come tutore proprio dell’autonomia: «Solo noi possiamo garantire l’indipendenza e la sicurezza di un asset strategico per questo Paese, non certo i francesi o i tedeschi», ha dichiarato al lancio dell’ops l’8 giugno scorso. «Sono convinto che la nostra sia un’offerta di mercato concreta, senza logiche di potere. Da italiano, la cosa importante è guardare a chi può garantire veramente l’indipendenza e la sicurezza di un asset strategico per questo Paese».

È un’autonomia che il ceo di Intesa Sanpaolo non vede messa in discussione da eventuali accordi industriali tra Unicredit e Generali, ai quali non è contrario se porteranno un beneficio in termini di utile netto per Intesa. Mentre potrebbe essere messa in discussione – anche se Messina non lo dice esplicitamente – nel caso di un accordo tra Mps e Banco Bpm, avendo l’istituto milanese nel suo capitale al 30% i francesi di Crédit Agricole.

Il ritorno del ”salotto buono” della finanza a Trieste

La presenza dei due colossi bancari italiani sicuramente blinda Generali rispetto a ogni eventuale ragionamento di scalata o anche solo di presa di influenza. Al contrario, quello che si sta delineando - evidenziano vari osservatori – è una sorte di riedizione di quello che una volta si chiamava «il salotto buono» della finanza, questa volta non più basato a Milano in piazzetta Cuccia, nella sede di Mediobanca, bensì a Trieste in piazza Duca degli Abruzzi, nel quartier generale della compagnia.

Nella vecchia Mediobanca di inizio anni Duemila a tirare le fila all’interno del patto di sindacato erano proprio Unicredit, Capitalia (poi finita nella prima) e l’allora Banca Intesa, con accanto un gruppo di grandi imprese private e un nocciolo duro di azionisti stranieri. Un equilibrio che ha retto per molti anni, dando stabilità proprio a Generali attraverso il 13,2% in mano a Mediobanca che blindava il Leone.

Vent’anni dopo, prende forma uno schema simile, anche se – viene fatto notare da più parti – il rapporto degli azionisti con una compagnia di assicurazioni è molto diverso da quello con una banca che raccoglieva presso gli istituti soci e prestava a lungo agli imprenditori che erano nel suo azionariato. Invece lo scenario che vedrebbe Intesa Sanpaolo e Unicredit andare allo scontro diretto per l’influenza su Generali è considerato implausibile, secondo più fonti e osservatori.

Intanto costa cara – il titolo è ai massimi storici – ed entrambe le banche sono impegnate in operazioni straordinarie: Intesa deve portare avanti l’ops su Siena e Unicredit ha appena conquistato Commerzbank e per puntellare il capitale in vista del consolidamento ha annunciato il taglio del buyback e l’emissione di 5 miliari di bond subordinati. Poi deve esserci una forte valenza industriale per impegnare il capitale, che è in gran parte di investitori istituzionali. E infine entrambi i banchieri sono consapevoli che la sfida vera è all’interno dell’Europa, e che la compagine a tre serve proprio a pesare di più in quello scenario.

I nuovi equilibri azionari e il rinnovo del board

Al contrario, in questo nuovo salotto i due numi tutelari Intesa Sanpaolo e Unicredit, oltre a compensarsi e bilanciarsi a vicenda, darebbero stabilità a un azionariato che ancora un anno fa – sembra passata un’era geologica – ha visto combattuta l’ennesima battaglia di governance tra Mediobanca e i soci privati, in testa Francesco Gaetano Caltagirone (7% circa) sostenuto da Delfin (10%), per la formazione del cda di Generali (astenuti i Benetton, oltre il 4%). «Lo stato ideale? Una cassaforte dove ogni socio importante ha un pezzo importante: una situazione ideale», dice una fonte vicina al dossier.

Sarà il rinnovo del board della primavera 2028 a testare i nuovi equilibri. Chi presenterà la lista? Le posizioni espresse da Messina fanno escludere che sia Intesa a farlo, che per di più sarà essa stessa in rinnovo di cda. Anche Orcel avrebbe lo stesso problema. Il pallino potrebbe passare quindi ai soci privati. Oppure allo stesso cda uscente, che l’anno scorso non riuscì a presentare la lista del board. Ma allora nel salotto volavano le sedie. (riproduzione riservata)



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