L’Italia è il Paesi europeo più esposto al taglio delle forniture dal Qatar, a seguito dei danni subiti dagli impianti di esportazione di gas naturale liquefatto di Ras Laffan, gestiti da QatarEnergy, sui quali il 19 marzo si sono abbattuti i missili iraniani. Lo afferma Moody’s Ratings in un report del 27 marzo, che analizza e quantifica l’impatto della nuova guerra del Golfo sui mercati europei del gas, anche in vista della stagione estiva di riempimento degli stoccaggi.
I bombardamenti hanno compromesso il 17% della capacità di esportazione, una quota che equivale al 3% dell’intera offerta mondiale di gas naturale liquefatto. I tempi stimati dalla stessa Qatar Energy per il ripristino sono tra i tre e i cinque anni, senza contare che anche dopo un eventuale cessate il fuoco, il Qatar avrebbe bisogno di tempo per tornare a piena capacità di spedizione, a causa delle esigenze tecniche di raffreddamento degli impianti e della riprogrammazione delle navi cisterna.
Il Qatar rappresentava nel 2025 il 33% delle importazioni di gnl dell’Italia — la quota più elevata tra i grandi Paesi europei analizzati nel report. Moody’s avverte che, in assenza di volumi sostitutivi, questa dipendenza potrebbe generare un divario significativo nell’approvvigionamento interno. L’unico altro Paese in una situazione paragonabile è il Belgio, per il quale il Qatar copre però il 16% delle importazioni di gnl.
Le conseguenze per gli altri Paesi europei, invece, sono meno critiche: il Regno Unito importa dal Qatar il 6% del suo gnl, pari al 2% delle sue importazioni totali di gas; la Spagna si ferma a circa il 2%; Germania e Francia non hanno importazioni dirette di gnl. A livello aggregato, nel 2025 l’Unione Europea ha importato circa 10 miliardi di metri cubi dal Qatar, pari all’8% delle sue importazioni totali di gnl e al 2% del gas complessivamente importato.
Il rischio principale, secondo Moody’s, non è tanto l’interruzione fisica immediata delle forniture, ma il quadro che si potrà determinare durante l’estate, col timore di iniezioni più lente per rifornire gli stoccaggi (attualmente ai minimi) in vista dell’inverno 2026-2027 e il rischio di lasciare le riserve sotto i livelli richiesti.
Una perturbazione prolungata allo Stretto di Hormuz, inoltre, potrebbe ridurre il gas disponibile per l’Ue di almeno il 3% della domanda annua e spingere i prezzi così in alto da superare, in caso di scenario estremo, i 100 euro per megawattora. I prezzial Ttf, nel frattempo, sono già quasi raddoppiati a 55 euro/Mwh rispetto ai livelli pre-conflitto, pur restando ampiamente al di sotto dei picchi del 2022 nella fase più calda del conflitto Russia-Ucraina.
Nell’analisi di Moody’s, anche i Paesi privi di esposizione diretta al gnl qatariano, come Germania e Francia, resterebbero vulnerabili all’aumento dei prezzi, poiché l’Europa sarà costretta a competere più aggressivamente con gli acquirenti asiatici per attrarre carichi sul mercato spot.
L’impatto sui settori industriali è asimmetrico. Prezzi del gas sostenuti a lungo peserebbero maggiormente sulle industrie ad alta intensità energetica, in particolare chimica, metalli e mining, i cui margini restano fragili dopo la crisi energetica del 2022, col rischio concreto di nuovi tagli produttivi o slittamenti nel riavvio degli impianti. Per le società petrolifere integrate e i trader di gnl, invece, la volatilità e le opportunità di arbitraggio potrebbero tradursi in profitti elevati, con il conseguente rischio politico di un ritorno delle tasse sui cosiddetti extra-profitti.
Tra i fattori che potrebbero attenuare lo shock, Moody’s include come elementi mitiganti la domanda di gas in Europa rimasta strutturalmente più bassa rispetto ai livelli pre-pandemia, e il ruolo delle fonti rinnovabili, che coprono ormai circa la metà della generazione elettrica in gran parte dell’Europa meridionale, riducendo il consumo di gas per la produzione di energia. L’Unione Europea potrebbe inoltre adottare misure di policy specifiche per gestire gli effetti economici dello shock. (riproduzione riservata)