Una volta tornato alla guida di Mps dopo la vittoria in assemblea dello scorso 15 aprile, il ceo Luigi Lovaglio ha deciso di accelerare sulla fusione di Mediobanca in Rocca Salimbeni, a valle dell’opas da quasi 14 miliardi conclusa a settembre.
Secondo quanto anticipato il 29 aprile da MF-Milano Finanza, il progetto del banchiere è chiaro: concludere l’integrazione entro il quarto trimestre, così da far emergere già nei conti dell’esercizio in corso i primi benefici economici del riassetto.
A breve saranno convocate le assemblee straordinarie dei due istituti per riunirsi tra giugno e luglio. Se per Mediobanca il voto sarà una pura formalità, visto che la merchant bank milanese è oggi controllata all’86,3% da Siena, a Rocca Salimbeni si profila un nuovo confronto tra il blocco che sostiene l'ad e il secondo socio Francesco Gaetano Caltagirone (13,5%). Per la delibera servirà la maggioranza qualificata dei due terzi e già si fanno i primi conteggi sugli schieramenti.
All'assemblea che il 15 aprile ha consegnato a Lovaglio e al socio Pierluigi Tortora la vittoria sul board uscente si è presentato il 64% del capitale. Rovesciando i pronostici e grazie al voto favorevole tenuto coperto fino all’ultimo di Delfin (famiglia Del Vecchio, 17,5%) e Banco Bpm (3,7%), la lista Tortora si è affermata su quella del cda che candidava come ceo Fabrizio Palermo.
La percentuale dei presenti è stata in linea con la media dell'istituto senese ma inferiore al 68,01% registrato nell'assise di febbraio sulle modifiche statutarie e soprattutto al 73,6% registrato nel 2025, quando i soci hanno approvato la ricapitalizzazione propedeutica all’opas.
Se all’appuntamento di inizio estate si registrerà la stessa affluenza di aprile, Lovaglio dovrà avere dalla sua parte almeno il 42% del capitale sociale per ottenere luce verde sulla fusione. Si tratta di una percentuale più alta di quella incassata dalla lista Tortora (32,43% del capitale), ma anche il contesto sarà molto diverso.
Ad aprile si è disputata una proxy fight, cioè uno scontro tra gruppi di azionisti per esprimere il nuovo consiglio di amministrazione. Un ruolo molto rilevante è stato giocato dai proxy advisor che, con le loro raccomandazioni di voto, hanno orientato le preferenze degli investitori istituzionali. In particolare, come da prassi, i fondi passivi gestiti dai grandi asset manager si sono allineati alle indicazioni di Iss e Glass Lewis che, pur tra molti distinguo, hanno appoggiato la lista del cda.
Sebbene il verbale dell’assemblea non sia stato ancora pubblicato e quindi non sia possibile avere una mappa puntuale di tutti i fondi, secondo fonti qualificate una percentuale attorno all’8,5% del capitale di Mps è in mano a oltre mille fondi passivi che per regola seguono le indicazioni dei proxy. Se come ad aprile questo blocco non appoggiasse Lovaglio la delibera potrebbe essere a rischio. Tuttavia è presumibile che questa volta i fondi votino seguendo le indicazioni del cda e – se scendessero in campo - quelle dei proxy advisor che dovrebbero dare luce verde.
Soprattutto perché l’operazione proposta da Lovaglio può essere un affare per gli investitori. I numeri parlano chiaro: il nuovo piano presentato lo scorso 27 febbraio prevede 3,7 miliardi di utile netto al 2030, 16 miliardi di monte dividendi in cinque anni e un rote del 18%, uno dei più alti in Europa. Il fulcro della strategia sarà la fusione per cui è già stato fissato un concambio di 2,45 azioni Montepaschi per ogni titolo Mediobanca.
Anche la road map dell’integrazione è già tracciata: dopo il delisting di Piazzetta Cuccia, Rocca Salimbeni procederà all’integrazione tra il commercial e il corporate banking spostando sotto Siena la gestione del risparmio retail (l’attuale Mediobanca Premier da combinare con Widiba) e il credito al consumo di Compass. Le attività a maggiore valore aggiunto della merchant, come private e investment banking, verranno invece scorporate e conferite in una nuova società che si chiamerà Mediobanca spa.
A favore della delibera potrebbe schierarsi larga parte dell’azionariato del Montepaschi. Oltre ai fondi, il blocco del sì dovrebbe comprendere Delfin, Banco Bpm e alcune casse di previdenza come Enasarco (che nell’assemblea di aprile ha sostenuto la lista Tortora), mentre il Mef potrebbe disertare il voto come nelle ultime due assemblee. Gli occhi del mercato sono puntati soprattutto sulle scelte di Caltagirone. Già nei mesi scorsi dal fronte dell’imprenditore romano era filtrata forte contrarietà verso il merger tra le due banche. (riproduzione riservata)