Il franco svizzero è salito ai massimi dal 2015 in una corsa che i trader definiscono l’ultimo «rifugio affidabile» dei mercati valutari. Ma che sta diventando un problema sempre più serio per la Banca nazionale svizzera (Snb).
La valuta elvetica guadagna già oltre il 3% da inizio anno, rafforzandosi oltre quota 0,77 franchi per dollaro, dopo un balzo del 14% lo scorso anno, mentre i rischi politici spingono gli investitori a cercare alternative alla valuta statunitense. Il movimento ha portato il franco ai livelli più forti sia contro il dollaro sia contro l’euro dal 2015. Il rally rischia di esercitare pressioni al ribasso sui prezzi in un Paese con un tasso di inflazione annuo pari allo 0,1%.
Questo balzo dimostra che «il franco svizzero è l’unica vera valuta rifugio affidabile per gli investitori globali», il commento di Derek Halpenny, responsabile della ricerca sui mercati globali di Mufg. «Questo fatto, da solo, è destinato ad attirare altra domanda». La crisi politica scoppiata la scorsa settimana sul futuro della Groenlandia ha riacceso le preoccupazioni sul dollaro, punto di riferimento dei mercati valutari, mentre gli investitori temono l’imprevedibilità delle politiche dell’amministrazione Trump e l’indipendenza della banca centrale americana.
Anche lo yen, tradizionale bene rifugio nei momenti di stress dei mercati, è volatile in questo periodo per le tensioni legate al persistente selloff dei titoli di Stato giapponesi. Uno dei principali beneficiari è invece il franco svizzero, storicamente rifugio dei capitali grazie alla stabilità politica ed economica del Paese e ai bassi livelli di debito. La valuta è stata trascinata dalla corsa globale ai beni rifugio che questa settimana ha spinto l’oro sopra i 5.000 dollari l’oncia.
«Il franco sembra un po’ come una pepita d’oro», ragiona Daniel Kalt, chief investment officer per la Svizzera di UBS Global Wealth Management. «Non offre rendimento. Ma alle spalle c’è un’economia solidissima». Secondo Kalt, il cambio chiave da monitorare è quello tra franco ed euro, vista l’elevata quota di commercio della Svizzera con l’Unione europea. Se l’euro scendesse sotto 0,9 franchi — dagli attuali 0,91 — questo fatto metterebbe sotto pressione gli esportatori svizzeri e farebbe forse scattare l’intervento delle autorità.
Una delle opzioni per la banca centrale è tagliare i tassi di interesse, attualmente a zero, per ridurre l’attrattiva della valuta. Negli ultimi giorni, secondo i mercati degli swap, i trader hanno iniziato a prezzare una probabilità di circa il 10% che la SNB possa effettuare un taglio di 25 punti base entro giugno. Tuttavia, la banca centrale ha già dichiarato di non voler tornare alla politica dei tassi negativi che è durata ben otto anni.
Gli economisti avvertono inoltre che un piccolo taglio potrebbe incidere poco sull’attrattiva degli asset svizzeri, considerando l’ampio divario già esistente tra i rendimenti dei titoli di Stato svizzeri e quelli dell’Eurozona. E nel contempo esiste il rischio di dare uno stimolo non necessario all’economia. «Un taglio più consistente rischierebbe di surriscaldare un’economia che non ne ha bisogno», osserva Karsten Junius, capo economista della banca svizzera Safra Sarasin.
Un’altra opzione, quella di intervenire direttamente sul mercato valutario, è a sua volta problematica secondo gli investitori, dal momento che gli interventi effettuati in passato per indebolire il franco portarono la Svizzera a essere inserita nella lista Usa dei «manipolatori di valuta» durante il primo mandato di Donald Trump, prima di esserne successivamente rimossa.
Dopo che la SNB ha effettuato un intervento moderato nel secondo trimestre dello scorso anno in un contesto di volatilità legata alla guerra commerciale, Stati Uniti e Svizzera hanno pubblicato a settembre una dichiarazione congiunta impegnandosi a non intervenire sui cambi per ottenere vantaggi competitivi. La dichiarazione, che riconosceva gli interventi come uno strumento legittimo per affrontare la volatilità valutaria, è stata interpretata da alcuni osservatori come un segnale che un minimo grado di intervento da parte della Svizzera sarebbe accettabile per Washington.
Ma la Banca centrale svizzera deve essere cauta su come intervenire, dal momento che fissare un livello minimo per il cambio euro-franco sarebbe in contrasto con la comunicazione precedente. Un altro beneficiario del calo del dollaro è stato l’euro, che martedì ha toccato i massimi dal 2021 sopra il livello di 1,20. «Questi movimenti rappresentano un significativo irrigidimento delle condizioni finanziarie nell’area euro e la Bce li combatterà», l’intervento di Tomasz Wieladek, chief European macro strategist di T. Rowe Price. (riproduzione riservata)