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Food delivery sotto inchiesta, ecco delle possibili alternative alla «gig economy» ?
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Food delivery sotto inchiesta, ecco delle possibili alternative alla «gig economy» ?

di Giulia Venini
28 febbraio 2026, 02:00

Le indagini su Deliveroo e Glovo rivelano violazioni dei diritti dei lavoratori, con l'86,5% dei rider sottopagati rispetto ai contratti nazionali. Solo JustEat ha regolarizzato il lavoro dei rider

Prima di riuscire a trovare un equilibrio tra profittabilità del business e remunerazioni adeguate alla propria forza lavoro, il settore del food delivery ha ancora tanto da pedalare e, soprattutto, deve farlo garantendo stipendi adeguati. Alcuni parlano di «gig economy»: partendo dalle piattaforme digitali, l’incontro tra domanda e offerta si svolge rapidamente e, in teoria, in modo efficiente. Nella pratica, invece, la procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza nei confronti di Deliveroo Italy per caporalato su 3 mila rider a Milano e 20 mila in tutta Italia.

Le accuse

Le inchieste che hanno travolto prima Foodinho, che gestisce Glovo in Italia, poi Deliveroo, puntano il proiettore verso le storture di un’industria destinata a svilupparsi sempre di più. La società avrebbe violato l’articolo 36 della Costituzione, che disciplina il diritto a una retribuzione proporzionata, adottando una «politica di impresa che rinnega esplicitamente le esigenze di rispetto della legalità» e approfittandosi dello «stato di bisogno dei lavoratori». Inoltre, i modelli organizzativi non avrebbero prevenuto un «pesante sfruttamento lavorativo». Di qui la nomina di un amministratore esterno.

Sulla base di un campione preso in esame dalle autorità, l’86,5% dei rider risulta sottopagato rispetto ai contratti collettivi nazionali di riferimento, percentuale che aumenta all’87,5% nel caso di Glovo, con scostamenti massimi fino a 12.000 euro annui.

Gli aspetti societari e il caso JustEat

Glovo è controllata da Delivery Hero, holding da 5,74 miliardi di capitalizzazione quotata alla borsa di Francoforte e che ha acquisito la maggioranza delle quote della società di food delivery nel 2022, portandola all’83% circa del capitale. I dati più aggiornati mostrano un ebitda adjusted di oltre 900 milioni di euro, in aumento rispetto ai 692,5 milioni del 2024. Deliveroo è invece controllata da DoorDash (78,37 miliardi di market cap, 13 mlrd di profitto e 932 milioni di utili), holding quotata al Nasdaq che ha rilevato Deliveroo nell’ottobre 2025 per circa 2,9 miliardi di sterline.

A completare la triade c’è JustEat, delistata dalla borsa di Amsterdam a seguito dell’acquisizione da parte del gruppo Prosus, con capitalizzazione pari a 103,6 miliardi, il 17 novembre 2025, per 4,1 miliardi.

Delle tre, a oggi solo JustEat ha regolarizzato il lavoro dei rider, applicando il ccnl «Logistica, Trasporto Merci e Spedizione», frutto dell’accordo con Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti. Sulla base di questo accordo, i rider vengono assunti come dipendenti (nel caso di Glovo e Deliveroo sono autonomi) e non più pagati «a cottimo» per singola consegna. È previsto una retribuzione fissa legata alle ore di lavoro concordate, con eventuali maggiorazioni per straordinari, notturni, festivi e ferie, malattia, infortuni, maternità e paternità retribuiti. Si lavora su fasce orarie programmate, con turni minimi dalla durata di almeno due ore al giorno e pubblicazione del palinsesto settimanale con qualche giorno di anticipo.

L’inchiesta potrebbe allargarsi alla gdo

Intanto la procura di Milano ha richiesto materiali e documenti anche alla grande distribuzione organizzata e ai fast food: McDonald’s, Kfc, Burger King, Poke House, Esselunga, Carrefour e Crai. Nessuna di loro è al momento indagata, ma tutte risultano «in rapporti contrattuali» con Deliveroo, avvalendosi «dei medesimi rider per effettuare le consegne». L’inchiesta, partendo dal «nuovo caporalato digitale» – così lo definisce il sindacato Nidil Cgil –, arriva così a mettere sotto pressione la gdo, che da tempo ha integrato i servizi di delivery con persone fisiche che fanno la spesa per clienti online.

Tra queste aziende c’è Everli, operatore per la spesa a casa, che nel 2025 ha sottoscritto un accordo integrativo con le organizzazioni sindacali secondo il quale ogni incarico, che convenzionalmente dura un’ora, deve essere pagato almeno 13,50 euro. Questo significa che lo shopper non è più esposto a compensi imprevedibili o troppo bassi: anche se la spesa è semplice o veloce, esiste una soglia minima sotto la quale non si può scendere. È un vantaggio importante perché dà certezza del reddito e riconosce il valore del tempo e delle competenze richieste. (riproduzione riservata)



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