Non si tratta di una riforma della riforma delle Fondazioni di origine bancaria: le innovazioni che si prospettano, frutto di un accordo «in itinere» tra il Tesoro e l’Acri, non rivedono «ab imis» il Protocollo del 2015 stipulato tra il primo e l’Associazione, frutto innanzitutto della grande capacità e competenza di Giuseppe Guzzetti, ma apportano variazioni pienamente coerenti con l’impianto del Protocollo stesso.
Si prevede, tra l’altro, che i limiti alla concentrazione degli investimenti in un solo ente o società possano essere superati, rispetto all’attuale 33% del patrimonio, applicando un determinato coefficiente variabile secondo i soggetti partecipati e con l'obbligo del rientro della concentrazione, che può essere dovuta anche a variazioni di Borsa, entro tre anni. Ma si rende pure possibile un allungamento del mandato degli organi deliberativi a sei anni, confermabile, però, per una sola volta. Si introduce altresì un limite ai compensi degli esponenti delle fondazioni che recuperano cariche in società partecipate fissando un tetto di 20 mila euro annui a tali emolumenti.
Insomma, si può dire che, a distanza di molti anni, il Protocollo regge e che fu una molto lucida previsione ricorrere a questo strumento giuridico per un’autoriforma degli enti in questione, i quali ne recepirono i contenuti nei loro statuti. Una riforma non «contra legem» o «praeter legem» ma pienamente coerente con la legge delle Fondazioni.
Lo stesso iter sarà applicato per le modifiche ora accennate, ancora non fissate in norme specifiche, iter per il quale si prevede una delega delle Fondazioni al presidente dell’Acri, Giovanni Azzone, per continuare il confronto con il Tesoro al fine di arrivare a un testo condiviso da recepire, poi, negli statuti degli enti della categoria. Si tratta, insomma, di una manutenzione straordinaria. Sicuramente sarà un tema che verrà affrontato anche nella Giornata del risparmio del prossimo 31 ottobre.
Il punto centrale del Protocollo e delle revisioni che si intende apportare è, come accennato, in linea con l’ordinamento delle Fondazioni e, in particolare, con la Legge Ciampi. Si tratta sempre di partire dall'esigenza del rispetto dell’autonomia di questi soggetti privati di utilità sociale, come li definiscono la legge e le sentenze della Consulta, sia dalla politica, sia dall’economia. Oggi, con le trasformazioni sopravvenute, l’impegno delle Fondazioni, che, come soggetti del terzo settore, negli anni passati per prime hanno lanciato iniziative di housing sociale e di welfare di comunità, si dirige in più settori, oltre quelli istituzionali, che vanno dalla povertà educativa, alla povertà tout court, ai riflessi dell’intelligenza artificiale generativa e delle altre innovazioni, all’istruzione in generale e al territorio.
Nelle difficoltà, per i problemi che toccano i bilanci pubblici, dello Stato sociale, alle Fondazioni si prospetta non un ruolo sostitutivo, che non sarebbe possibile, ma integrativo e stimolante della funzione pubblica, in specie nei versanti della suddetta applicazione dell'Intelligenza artificiale, della transizione ecologica, in particolare nel campo dell’energia nelle sue diverse forme.
Il passaggio, per alcune iniziative, dal sostegno al progetto all’essere parte attiva della costruzione dello stesso progetto segnala una possibile evoluzione di questi organismi. Resta fondamentale il ruolo che le Fondazioni svolgono nell’azionariato delle banche quali investitori pazienti, istituzionali, la cui autonomia è cruciale per l’autonomia delle stesse banche partecipate, pur con una presenza ridotta rispetto a un non lontano passato.
Il blocco delle porte girevoli tra Fondazioni e istituzioni della politica, ma anche banche e viceversa è fondamentale. Così come molto importante è la selezione della governance. Non esaltanti recenti episodi, per fortuna circoscritti, testimoniano a quali esiti si può arrivare distorcendo il ruolo di amministratori di questi soggetti, con spartizioni di cariche, e arrivandosi al paradosso di contestare chi tali distorsioni denuncia.
È chiaro che le risorse delle Fondazioni non sono non solo quelle finanziarie, ma lo sono anche quelle riguardanti la reputazione, il prestigio, la storia di esse. Tutti ancora ricordano il tentativo, durante il secondo governo Berlusconi, di assoggettare, con una specifica previsione normativa, le Fondazioni alla politica del territorio, una ipotesi duramente avversata, anche per l’autonomia delle banche partecipate, dall’allora Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio.
Una storica sentenza della Consulta bocciò radicalmente quella leggina. La sentenza costituisce tuttora una guida per l’attività del settore. A volte si sono registrate, in questi anni, iniziative che avrebbero voluto acquisire allo Stato il patrimonio delle Fondazioni (oggi pari a circa 42 miliardi circa) incuranti dell’illegittimità della espropriazione che così sarebbe stata perpetrata e sicuramente sarebbe stata bocciata dalla Corte costituzionale.
La risposta, tuttavia, non può essere solo quella legale. È con l’operare che bisogna valorizzare, nonché con la reputazione, lo status di autonomia e il ruolo del terzo settore al quale tali soggetti sono riconducibili. Per le trasformazioni sopra richiamate si potrebbe dire che si apre una nuova fase di impegno di questi enti nella quale dovranno dimostrare come riescono a raccordare i compiti tradizionali con quelli imposti dall'evoluzione economica, sociale e istituzionale.
La loro essenzialità è indiscutibile ma la prova, sotto la guida del presidente Azzone, non è facile dovendosi anche fronteggiare spinte, per fortuna nettamente minoritarie, fortemente municipalistiche o esclusivistiche, oltre la necessaria vocazione territoriale che caratterizza il settore il quale, nel complesso, si può dire abbia ben meritato dell’Italia. (riproduzione riservata)