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Focus sull'oro

27 maggio 2024, 09:35 Ultimo aggiornamento: 09:39

A quasi 175 anni dalla grande migrazione che portò centinaia di migliaia di americani a popolare le sperdute vallate del Far West, nel mondo è tornata la febbre dell’oro. Certo, rispetto all’epica saga di Zio Paperone che andò a scovare il prezioso metallo nel Klondike (e iniziò così la sua ascesa che lo fece diventare il papero più ricco del mondo), le cose sono cambiate: oggi al posto di logori e coraggiosi avventurieri che partivano, fagotto alla mano, alla ricerca dello scintillante lingotto ci sono banche centrali, Etf, fondi azionari. E poi i compro oro, i gioielli, e perfino distributori automatici di oro simili a dei veri e propri bancomat. Quel che conta però è che, oggi più che mai, gli investitori di qualsiasi tipo stanno facendo a gara per contendersi il più prezioso dei metalli il cui valore, dall’inizio di quest’anno, è cresciuto del 13%, fino a sfondare il tetto dei 2.400 dollari per oncia: un record storico. Che peraltro si inserisce in un trend di lungo periodo: negli ultimi cinque anni infatti il lingotto ha visto il suo valore quasi raddoppiare.

 


La corsa dell’oro, a detta degli esperti, è stata favorita da una combinazione pressoché perfetta di fattori, che potrebbero essere di supporto anche nei prossimi mesi. Il primo, e forse più ovvio, è che l’oro «mantiene il suo tradizionale status di bene rifugio per eccellenza in contesti di guerra in Ucraina e tensioni in Medio Oriente: senza dimenticare le elezioni presidenziali negli Usa», commenta Carlo Alberto De Casa, analista esterno di Swissquote, che cita anche un altro aspetto non trascurabile: con i mercati azionari ai massimi «alcuni investitori riducono un po’ la loro esposizione sull’azionario e si spostano sull’oro». Senza contare che finora il metallo giallo ha corso così tanto in un contesto di tassi di interesse alti: un’anomalia rispetto al passato. «Se si abbassano i tassi e l’inflazione rimane un po’ alta, per l’oro sarebbe l’ambiente perfetto», sottolinea Alberto Tocchio, head of European equity e Thematics di Kairos Partners sgr.

 


C’è però un elemento ancora più importante dietro la corsa. «La quantità di oro nel mondo», spiega Tocchio, «è pari a 180 mila tonnellate: se lo fondessimo tutto otterremmo un cubo di appena 21 metri di lato. Quindi è un metallo veramente scarso in natura, e per questo ha molto valore». Questa premessa è doverosa per capire cosa sta succedendo da qualche mese a questa parte. «Nel primo trimestre di quest’anno», prosegue l’esperto, «le banche centrali hanno comprato 280 tonnellate d’oro: non avevano mai comprato così tanto in così poco tempo, ed è previsto che nei prossimi mesi la domanda prosegua con lo stesso ritmo». Si tratta soprattutto di banche centrali dei Paesi asiatici (Cina in primis) e dei Brics. «Se queste banche centrali dovessero avere un minimo del 10% delle riserve in oro, la domanda sarebbe pari al 75% dell’oro esistente nel mondo: per questo i prezzi possono crescere ancora molto». Il tutto, gli fa eco De Casa, «rientra nel processo di de-dollarizzazione delle riserve, per evitare di trovarsi in situazioni come quella del Giappone, che è pieno di dollari».

 


In tutta questa partita la Cina gioca un ruolo decisivo. «Il Paese», dice Tocchio, «è arrivato a comprare grandi quantità del metallo prezioso» e tuttavia, nonostante gli acquisti, questo «non rappresenta neanche il 5% delle loro riserve». Per arrivare a questo livello la domanda cinese «è stata fortissima: la banca centrale ha comprato per 16 mesi consecutivi una quantità di circa 300 tonnellate di oro, e nel frattempo possiede il 10% del debito americano, ai minimi dal 2009: quindi di fatto vende Treasury e compra oro». Senza contare l’elevata richiesta che viene dal retail cinese, tanto più che l’oro, prosegue l’esperto, «ha il vantaggio, rispetto magari a un immobile, che si può portare ovunque con sé». La domanda del retail cinese «è aumentata del 30% nell’ultimo anno, sia come metallo d’investimento sia in forma di gioielli».



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