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Focus sul mercato del lavoro

14 dicembre 2023, 16:30 Ultimo aggiornamento: 16:52

Gli stipendi degli italiani sono fermi. Negli ultimi 30 anni, dal 1991 al 2022, sono cresciuti solo dell'1%, a fronte del 32,5% in media nell'area Ocse. Un dato che sancisce il fallimento della contrattazione collettiva ed è legato alla bassa produttività, cresciuta però più delle retribuzioni nel periodo. Il risultato è la continua caduta della quota dei salari sul Pil, a fronte della crescita del peso dei profitti (40% contro 60% rispettivamente). Giudizio negativo anche sulle politiche di incentivazione, che non hanno prodotto alcun risultato sull'occupazione femminile: la percentuale di donne occupate resta bloccata al 40,9%, a fronte del 60% degli uomini. È il quadro delineato dal rapporto annuale dell'Inapp (Istituto nazionale per l'analisi delle politiche pubbliche) che sui salari lancia un vero e proprio allarme: ci sono «forti dubbi sulla tenuta di tale modello nel lungo periodo».

 


Il presidente dell'Inapp, Sebastiano Fadda, ha sottolineato che la questione salariale è stata perfino aggravata nell'ultimo triennio dall'incidere dell'inflazione. I salari reali sono addirittura calati rispetto al 2020, a fronte di incrementi sostanziali negli altri Paesi. Secondo Fadda potrebbe essere «utile in questo contesto l'introduzione del salario minimo legale». Anche considerato che le tanto celebrate norme sulla contrattazione collettiva, addotte spesso a ragione dell'opposizione al salario minimo, «non sono state capaci di garantire tra il 1991 e il 2022 la crescita dei salari reali». E d'altra parte, «non esistono ragioni né sul piano analitico né sul piano dell'evidenza empirica per escludere strumenti basati sull'imposizione di una soglia minima invalicabile».

 

Intanto sono sempre di più i lavoratori che pensano di lasciare il proprio lavoro: il 14,6% degli occupati tra i 18 e i 74 anni (oltre 3,3 milioni di persone) ha pensato di dimettersi. Questa quota, spiega il rapporto Inapp, è composta da un 1,1% che lo farebbe anche se ci fosse una riduzione del tenore di vita e da un 13,5% che farebbe questa scelta solo se trovasse altre entrate economiche. Le quote più alte di chi ha intenzione di dimettersi, a prescindere dalla motivazione, si osservano in corrispondenza degli occupati con un diploma (18,9%), diminuiscono col crescere dell'anzianità anagrafica e delle dimensioni del comune di residenza. A volersi dimettere sono maggiormente gli occupati dipendenti, operanti nelle organizzazioni di media dimensione (15-49 addetti) e che svolgono la loro attività in imprese private. Nel pubblico l'1,5% dei lavoratori (contro l'1% del privato) lo farebbe anche se questo comportasse una riduzione del tenore di vita. Il desiderio di cambiare occupazione è maggiore per chi svolge lavori più faticosi e poco soddisfacenti.

 


Dopo la crisi generata dalla pandemia il mercato del lavoro italiano ha ripreso a crescere ma questo percorso appare condizionato dalle criticità strutturali che lo caratterizzano: bassi salari, scarsa produttività, poca formazione e un welfare che fatica a proteggere tutti i lavoratori. Restano senza paracadute oltre 4 milioni di lavoratori 'non standard': dagli autonomi, a chi è stato licenziato o è alla ricerca di un'occupazione, passando per i lavoratori della gig economy fino ai cosiddetti working poors. Secondo il rapporto Inapp c'è poi un'altra minaccia che grava sul sistema produttivo italiano: «il cosiddetto labour shortage, ossia la carenza di lavoratori, che si manifesta con la difficoltà dei datori di lavoro a coprire i posti vacanti». Anche perchè l'andamento demografico implica che la forza lavoro in Italia invecchia rapidamente: se nel 2002 ogni 1.000 persone che avevano un'età compresa tra 19 e 39 anni ce n'erano poco più di 900 aventi 40-64 anni, oggi questi ultimo sono oltre 1.400. E i lavoratori più anziani sono quelli che operano nella pubblica amministrazione, dove si trovano ben 3,9 lavoratori anziani ogni lavoratore giovane.



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