L’Italia ha ragione a «chiedere all’Europa un approccio diverso e più pragmatico» e «reputo corretta la richiesta avanzata dalla premier Giorgia Meloni alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen di estendere la National Escape Clause anche agli interventi straordinari contro il caro energia». Lo ha evidenziato Giovanni Tria, economista e giurista italiano, scelto per il ruolo di ministro dell’Economia e delle Finanze nel governo Conte I (giugno 2018-settembre 2019), in colloquio con MF-Milano Finanza.
Gli ostacoli sono sostanzialmente due. Da un lato, l’Europa «continua a ragionare con regole che consentono interventi solo quando la recessione è già in corso. Ma aspettare che la recessione si manifesti pienamente è un errore: quando l’economia è già entrata in crisi, uscirne diventa molto più difficile e costoso». Dunque, se le prospettive economiche europee dovessero peggiorare, credo che Bruxelles potrebbe diventare più flessibile. Però, sarebbe necessario, ribadisce Tria, un «intervento rapido e comune per evitare un rallentamento troppo forte della domanda e della crescita».
Dall’altro lato, l’Europa «continua ad avere una politica monetaria comune senza una vera politica fiscale e macroeconomica condivisa». Quindi anche in questo caso ne perde l’immediatezza della risposta.
A prescindere dalle decisioni comunitarie, i singoli Paesi, compresa l’Italia, devono «contenere il costo dello shock energetico in corso» per evitare conseguenze peggiori. Concretamente, prendendo ad esempio il caso italiano, il governo dovrà «spendere risorse pubbliche non solo per aiutare famiglie e imprese colpite dal caro energia, ma anche per attenuare l’impatto dell’aumento dei prezzi di importazione dell’energia sull’economia italiana». Questo perché «nell’attuale fase alcuni rincari derivano direttamente dai prezzi delle importazioni energetiche,ma il rischio vero sono gli effetti di secondo giro: se l’aumento dei prezzi energetici si trasferisse stabilmente su salari e altri prezzi, l’inflazione potrebbe riaccendersi in modo più persistente e tornerebbe lo spettro della spirale prezzi-salari», ha aggiunto Tria.
Le opzioni che il governo Meloni sta cercando di portare sul tavolo delle trattative con Bruxelles spaziano dall’uso della clausola di salvaguardia contro i rincari energetici sin alla possibilità di utilizzare una parte delle risorse richieste dall’Italia, l’ammontare complessivo è di 14,9 miliardi, per gli investimenti in energia. Però il taglio delle accise alle pompe di benzina previsto dall'esecutivo scade tra tre giorni.
E se il governo italiano fosse intraprendere la strada di uno scostamento di bilancio per contenere i rincari energetici «si tratterebbe di un sentiero percorribile, purché fatto di interventi mirati, temporanei e accompagnati da una narrativa molto attenta sugli obiettivi e sulla sostenibilità delle misure», ha sottolineato Tria.
Gli aiuti dovrebbero essere «indirizzati a favore delle famiglie con i redditi più bassi - anche se trattandosi di tagli fiscali sulle accise sui carburanti non è facile settare il range - e delle imprese maggiormente esposte ai consumi energetici». Ma soprattutto Meloni&co dovranno essere in grado di trasmettere «ai mercati finanziari un messaggio molto chiaro: l’Italia non intende abbandonare una politica di bilancio prudente ma è stata chiamata ad adattare le regole a una situazione eccezionale». Ossia, ha spiegato Tria, dovrebbe essere comunicato senza equivoci che «non si tratterebbe di una gestione meno attenta della finanza pubblica, ma di una necessità momentanea, per evitare così di causare una perdita di credibilità dell’Italia sulla sostenibilità dei conti pubblici che negli ultimi anni ha prodotto vantaggi importanti per il Paese. In primis in termini di un taglio del costo del debito». (riproduzione riservata)