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Fisco, Giorgia Meloni: le tasse non sono bellissime ma con la riforma aiutiamo italiani onesti
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Fisco, Giorgia Meloni: le tasse non sono bellissime ma con la riforma aiutiamo italiani onesti

13 marzo 2024, 12:01 Ultimo aggiornamento: 14:01

La premier interviene al convegno di presentazione della riforma fiscale con Giancarlo Giorgetti e Maurizio Leo: «Niente favori agli evasori ma mano tesa a chi è in difficoltà» | Fisco, cartelle cancellate dopo 5 anni

Nessun condono, ma un’operazione verità. Maurizio Leo ribatte alle accuse sull’ultimo capitolo della delega per la riforma del fisco, quello riguardante le riscossioni. Intervenendo al convegno «La riforma fiscale, attuazioni e prospettive» nell’Aula dei gruppi parlamentari della Camera, il viceministro dell’Economia difende l’operato dell’esecutivo in tema fiscale e rilancia il lavoro finora svolto nell’ambito della legge delega: «Abbiamo riformato il sistema in tempi rapidissimi, in sette mesi dall’approvazione definitiva della delega abbiamo realizzato dieci decreti di cui otto approvati. Dal dopoguerra a oggi», sottolinea, «abbiamo avuto solo due riforme strutturali – la Vanoni negli anni ‘50 e la Visentini negli anni ‘80 – poi solo interventi di revisione».

Un approccio che il governo ha intenzione di lasciarsi alle spalle: «Ci siamo assunti la responsabilità storica di abbandonare la logica degli interventi spot per portare avanti una riforma del fisco organica – spiega la premier Giorgia Meloni nel suo intervento di apertura – perché solo con una riforma organica e complessiva sarà possibile raggiungere l'obiettivo di una riduzione generalizzata della pressione fiscale». Riforma organica con la quale «disegnare una nuova idea di Italia più attrattiva per gli investitori e mettere chi produce ricchezza in condizioni di farlo: il fisco – ribadisce Meloni – «non nasce per soffocare la società, ma per aiutarla a prosperare».

Meloni: tasse non sono bellissime, ma niente sconti ai furbi

In un anno di campagna elettorale perenne, la premier non risparmia la stoccata al centrosinistra, rievocando una infelicemente celebre frase pronunciata nel 2007 dall’ex ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa: «Io non penso e non dirò mai che le tasse sono una cosa bellissima: bellissime sono le libere donazioni, non i prelievi imposti per legge, che non possono essere utilizzati in maniera irresponsabile».

Quindi niente favori a evasori o amici («i nostri amici sono gli italiani onesti che pagano le tasse»), come dimostrano i numeri del 2023: 24,7 miliardi recuperati nella lotta all’evasione, cui si aggiungono altri 6,7 miliardi frutto del lavoro dell’Agenzia delle Entrate per un totale di 31 miliardi». Risultati «record» che si affiancano ai 26 miliardi in più rispetto al 2022 versati spontaneamente all’Erario lo scorso anno.

Leo: semplificare, dichiarazioni redditi lunghe come Guerra e Pace

Testa bassa, dunque, e lavorare per portare a compimento il lavoro. In attesa dei nuovi decreti – che, come Leo conferma a MF-Milano Finanza a margine del convegno – arriveranno nelle prossime settimane – il governo continua a ingaggiare la lotta all’evasione per tentare di ridurre un tax gap che dal 1990 a oggi vale da 75 a 100 miliardi l’anno, tendendo allo stesso tempo la mano a chi è in difficoltà: pugno di ferro contro chi evade, guanto di velluto per chi vuole pagare ma non riesce. E semplificazione, perché, da un lato, «non è possibile che una dichiarazione dei redditi sia lunga mille pagine: Guerra e Pace di pagine ne ha 1.400», dall’altro un sistema troppo farraginoso come quello attuale impedisce gli investimenti esteri in Italia.

Alla fine del percorso – con il via libera definitivo ai dieci testi unici predisposti dall’Agenzia delle Entrate – il nuovo sistema avrà ridotto il contenzioso, liberato il magazzino delle riscossioni e alleggerito da un lato il carico nei confronti dei ceti medi («chi guadagna 55 mila euro paga oltre il 50% di tasse») e dall’altro il peso delle sanzioni, arrivate in materia di Iva al 240%.

Giorgetti: i dati sono il nuovo sale

Presente all’incontro anche il titolare del Mef, Giancarlo Giorgetti, che ironizza con il suo vice: «Un grande assente nella riforma, caro Maurizio, è l’imposta sul sale, che per millenni è stata base imponibile delle principali economie globali. Perché? Perché le basi imponibili di oggi non sono quelle di mille, cento e dieci anni fa». Oggi, sottolinea Giorgetti, «la base imponibile fa riferimento più concretamente al mondo dei dati». Dati in mano ai grandi colossi tech, e non solo. È lì, e non su commercianti e piccole partite Iva, che bisognerà concentrarsi. Anche se, conclude, «temo seriamente che, purtroppo, la grande ambizione di arrivare a una tassazione globale sulle grandi multinazionali vada a naufragare, come ho percepito durante gli incontri in sede G7 e G20». (riproduzione riservata)



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