Barber Conable. Ernst-Gunther Broder. Jacques de Larosière. Erano questi i nomi ai vertici della finanza mondiale quando il quotidiano MF-Milano Finanza andava in edicola per la prima volta nel 1989. Conable guidava la Banca Mondiale, Broder la Banca europea degli investimenti (Bei) e Larosière il Fondo monetario internazionale (Fmi). Tre uomini, come uomini erano anche Nicholas Brady, segretario del Tesoro Usa, e Carlo Azeglio Ciampi, governatore della Banca d’Italia. Trentacinque anni dopo la finanza resta un settore a prevalenza maschile - le amministratrici delegate delle società quotate in Italia sono solo il 2% del totale secondo i dati Consob - ma molte delle istituzioni finanziarie citate sopra hanno (o hanno avuto) una leader donna: la spagnola Nadia Calviño dirige la Bei, la bulgara Kristalina Georgieva presiede il Fmi e la Banca Centrale Europea, nata nel 1998, risponde a Christine Lagarde. Segno che in tre decenni e mezzo qualcosa è cambiato rispetto alla finanza degli anni Ottanta.
«Le discipline bancarie e in generale il mondo della finanza non erano considerate adatte a una donna. Non c’erano molte donne che sceglievano di lavorare in banca né che potessero realmente aspirare a una carriera lavorativa», ricorda Claudia Cattani, presidente di Bnl, banca che oggi rappresenta un unicum in Italia per la doppia leadership femminile: al vertice, a fianco di Cattani, c’è infatti l’amministratrice delegata Elena Goitini. Negli anni ‘80, invece, «molte giovani decidevano di dedicarsi unicamente alla famiglia o, nel caso si volessero avventurare nel doppio ruolo, l’insegnamento veniva considerata l’unica occupazione che consentisse la conciliazione tra il ruolo di madre e quello di donna lavoratrice». «Donne? Zero», conferma anche Patrizia Micucci, oggi managing director di Nb Aurora e prima donna a diventare capo di una banca d’affari in Italia (la Lehman Brothers, nel 2003). «In Italia 30 anni fa la finanza era un cerchio ristretto, chiuso e autoreferenziato. Di essere riuscita a sedermi a certi tavoli io - donna e di Foggia - a volte ancora non me lo spiego. Solo grazie a Lehman ho avuto la possibilità di accedere a quei tavoli, partecipare a quei meeting per farmi apprezzare e far ascoltare la mia voce».
Per le poche che riuscivano a entrare nelle stanze dove si prendevano le decisioni, però, quella fase offriva molti stimoli. «La finanza italiana allora era all’apice delle opportunità perché c’erano le privatizzazioni», rammenta Micucci. «Ho fatto decine e decine di deal e questo poi mi ha facilitato, ha accresciuto la mia reputation. Abbiamo fatto varie operazioni, poi l’opa ostile su Telecom e una quantità di acquisizioni con De Agostini, Toro, Lottomatica e Seat. L’operazione più bella, però, quella che mi ha dato più soddisfazione, è stata l’opa ostile su Parmalat con l’opposizione del governo Tremonti, un’azienda che ancora oggi continua a creare valore». Arrivare a questo livello, tuttavia, per le donne era tutt’altro che scontato: «Le donne che ricoprivano ruoli apicali erano rarissime e spesso non raggiungibili», ribadisce Cattani. «Ricordo di avere quasi sempre ricoperto ruoli come prima rappresentante del genere femminile e questo ha determinato una ‘solitudine’ di genere che ha accompagnato tutta la mia vita lavorativa».
Negli anni la presenza femminile è diventata un parametro da analizzare e sorvegliare. Nel 2022, come detto, a Piazza Affari solo il 2% dei ceo era donna, mentre le presidenti erano un po’ di più: il 4% del totale. Numeri bassi, ma non frutto di un’anomalia italiana. Un recente studio di Morningstar Dbrs su dieci Paesi (Belgio, Paesi Bassi, Germania, Canada, Svezia, Svizzera, Francia, Gran Bretagna, Usa, Italia e Giappone) ha calcolato la percentuale di ceo e presidenti donne in 110 società ad alta capitalizzazione: in media le ceo sono il 5% e i presidenti il 12%.
Nel tempo, comunque, alcuni soffitti di cristallo sono stati rotti: nel 2015 Roberta Neri è stata nominata amministratrice delegata di Enav e ha portato la società in borsa, diventando così la prima donna a ricoprire il ruolo di ceo in una partecipata statale quotata. Dopodiché, nel 2023 il governo Meloni ha scelto Giuseppina Di Foggia alla guida di Terna, unica blue chip ad avere una donna come ad al momento. In più, la presenza femminile a Piazza Affari ha avuto una forte spinta dall’approvazione, nel 2011, della legge Golfo-Mosca che ha introdotto le cosiddette «quote rosa»: per legge, il 40% dei posti nei cda delle quotate sui mercati regolamentati deve andare al genere meno rappresentato. Grazie a questa norma, nel 2023 le donne erano il 43,5% dei membri dei cda.
A livello culturale, però, resta ancora qualcosa da fare. «Il posizionamento sociale di una famiglia, in Italia, dipende ancora dalla professione del marito, e questo induce quasi inconsciamente a considerare meno importante il lavoro della moglie. Questa svalutazione si trasferisce in azienda, anche quando la donna ha una posizione di rilievo, e si traduce in diffidenza sull’affidabilità, la continuità e la costanza lavorativa di una donna», sostiene Micucci. «All’uomo si riconosce il ruolo, la donna sembra lì quasi per caso… Poi si presuppone che sul lavoro la donna debba essere sempre più dolce, gentile, pacata. Quando invece è assertiva e autorevole, si crea una distonia tra le aspettative e la realtà». «Il fatto stesso che oggi il tema del women empowerment sia così centrale nel dibattito testimonia che vi è ancora un tratto di strada da percorrere», conclude Cattani. «È fondamentale non solo la presenza di donne manager, quanto metterle in condizione di essere ascoltate e di incidere. A ciò va associata una adeguata azione economica che sia in grado di incidere sulla tematica retributiva, il cosiddetto gender pay gap». (riproduzione riservata)