«Festina Lente», ovvero «affrettati lentamente». È il motto latino adottato dalla famiglia Medici, evocato sia dal presidente John Elkann che dall’amministratore delegato Benedetto Vigna durante la presentazione a Maranello del piano al 2030 per cercare di spiegare al mercato la filosofia di Ferrari: crescere con costanza e senza accelerate improvvise per poter farlo ancora per tanto tempo.
Il problema però è che, al contrario, il titolo della casa di Maranello a Piazza Affari sembra aver smesso di «affrettarsi lentamente», come aveva sempre fatto dall’ipo del gennaio 2016 fino ai massimi storici toccati a febbraio di quest’anno (oltre +1.000%, da poco più di 40 a 487 euro). E dopo il tonfo (-15,4% a 354 euro) del 9 ottobre, nel giorno del nuovo piano, l’azione ha continuato, altrettanto lentamente, a sgonfiarsi fino a scendere attorno a 340 euro.
A questo punto investitori e mercato si fanno delle domande: il Cavallino ha smesso di correre in borsa? Che cosa farà nei prossimi mesi a Piazza Affari e a Wall Street il titolo della casa di Maranello che finora ha tanto arricchito molti portafogli? Ferrari non è più un «titolo del lusso», come è da anni, e sta tornando a essere da «semplice automotive»?
Il nuovo piano industriale di Ferrari al 2030, pur mantenendo coerenza con la visione di lungo periodo del Cavallino Rampante, ha lasciato sul mercato più interrogativi che certezze. La strategia delineata da Vigna, e da tutto il team di Maranello sotto l’occhio attento dal chief financial officer Antonio Picca Piccon, prevede una traiettoria di crescita più graduale rispetto alle attese degli analisti, con obiettivi economici inferiori alle stime del consenso.
Le stime aggiornate fissano i ricavi attesi intorno ai 9 miliardi di euro al 2030, con una crescita media annua del 5% e un margine ebitda superiore al 40%. Si tratta di obiettivi solidi, ma inferiori di oltre il 10% rispetto alle aspettative del mercato, che si attendeva più aggressività. Ma il messaggio di Vigna è stato chiaro: continuità, realismo e rispetto della tradizione Ferrari.
Un elemento centrale del piano riguarda la volontà di preservare la «gestione della rarità», da sempre tratto distintivo del marchio. Ferrari continuerà a produrre e vendere un numero annuale limitato di vetture, rinunciando a inseguire volumi maggiori pur di mantenere l’esclusività che ne alimenta il valore. Come diceva il fondatore Enzo Ferrari: «Venderemo sempre una macchina in meno di quello che chiede il mercato». È un principio che resta intatto anche nell’era della transizione tecnologica, e che spiega la prudenza nella previsione dei ricavi futuri.
Un esempio della scelta della casa di Maranello di mantenere il controllo sull’offerta l’ha data venerdì 17 il Financial Times, scrivendo che Ferrari ha deciso di ridurre le consegne nel Regno Unito, dove le nuove regole fiscali hanno abbattuto i valori residui delle auto e spinto molti clienti facoltosi a spostare la residenza altrove. La risposta del gruppo è stata quella di limitare le forniture al mercato britannico, per proteggere i valori di lungo periodo e l’immagine di esclusività del brand.
Di fronte al nuovo piano al 2030 le reazioni degli analisti sono state miste, con la società di Elkann e Vigna che ha diviso gli esperti. Equita definisce il piano «coerente ma prudente»: con un target price a 380 euro e rating hold, la sim milanese evidenzia come le stime 2030 siano inferiori del 10-15% rispetto al consensus su tutte le principali metriche (ricavi, ebitda, utile per azione e free cash flow cumulato). Equita considera comunque il nuovo piano un «floor ragionevole» su cui costruire ulteriori miglioramenti e sottolinea che l’equity story del Cavallino resta intatta.
L’attenzione degli analisti si concentra anche sul mix di prodotto. I modelli di gamma rappresenteranno l’85% della produzione, mentre le serie speciali scenderanno al 10%. Ciò comporterà margini leggermente inferiori rispetto ai trimestri recenti, dove la personalizzazione aveva toccato il 20% dei ricavi. Inoltre la quota di veicoli elettrici (Bev) attesa al 2030 è stata dimezzata dal 40% al 20%, confermando che il motore termico resterà protagonista a Maranello. Ferrari intende mantenere un controllo diretto sulle componenti strategiche - batterie, e-axle e sospensioni attive - ma senza ancora definire l’impatto sui margini.
Più severa la valutazione di Banca Akros, che in scia al piano ha ridotto il target price da 440 a 350 euro e abbassato la raccomandazione da accumulate a neutral. Gli analisti parlano di «lower growth = lower multiple», rilevando una crescita media annua dell’eps di circa il 5,5% tra il 2025 e il 2030, contro il 13% del precedente piano e il 18% realizzato nel periodo 2019-2024. La remunerazione per gli azionisti aumenta, ma secondo Akros non può rappresentare il principale motore di un titolo a vocazione di crescita.
In senso opposto si muove Jefferies, che nel suo report «Stopping the Whining…» invita a ridimensionare il pessimismo. Il titolo Ferrari, secondo la banca d’investimento, ha già subito una correzione del 50% rispetto ai peer del lusso negli ultimi sei mesi - un gap ormai eccessivo. Jefferies sottolinea che il piano 2030 è conservativo, ma pragmatico: anche il piano precedente partiva da ipotesi prudenti, poi ampiamente superate. E la decisione di ridurre la quota elettrica è vista come una scelta razionale, coerente con la domanda e con la forza storica del marchio.
Anche Hsbc mantiene una visione positiva: pur abbassando il target price da 470 a 415 euro, conferma la raccomandazione buy. La banca britannica definisce il piano «conservativo» ma «coerente con lo stile Ferrari», sottolineando che la crescita dei clienti ultra-high net worth continua a superare quella dei volumi prodotti. La scarsità dunque resta la chiave del successo: «Ferrari preferisce mostrare prudenza per preservare la narrativa dell’esclusività, che è il cuore del suo posizionamento».
L’ultimo giudizio spetta a Oddo Bhf, che mantiene il rating outperform, abbassando il target price da 470 a 430 euro, e giudica gli obiettivi «prudenti ma superabili». Gli analisti ricordano che, come in passato, Ferrari tende a fissare target conservativi per poi superarli in anticipo, grazie a una gestione attenta del ciclo prodotto e a una domanda sempre superiore all’offerta.
In sostanza il nuovo piano al 2030 conferma la filosofia del Cavallino Rampante: privilegiare la qualità alla quantità, la redditività alla crescita a ogni costo, la coerenza al consenso. Una strategia prudente, ma anche fedele alla visione del fondatore Enzo e al principio che ne ha costruito la leggenda: vendere sempre una Ferrari in meno di quelle richieste dal mercato. (riproduzione riservata)