L’Italia è un Paese che «cresce via export: nonostante tutto e tutti, le imprese italiane continuano a dimostrare di essere capaci di proiettarsi fuori i confini nazionali. Ma si può fare di più, aumentare il bacino di imprese esportatrici italiane, in primis rafforzandole, e incentivando l’apertura a nuovi mercati (oggi il 45% delle imprese italiane esporta in un solo mercato ndr)». Così il presidente di Sace, Guglielmo Picchi, ha aperto la presentazione della 19esima mappa dell'export di Sace relativa al 2026, occasione anche per lanciare il nuovo logo della Export Credit Agency partecipata dal ministero dell’Economia e delle Finanza.
In linea con la direttrice della Farnesina e previo confronto con Confindustria, Sace ha selezionato 16 Paesi che offriranno le maggiori opportunità alle imprese italiane nel corso del 2026, valutandone i rischi di credito, politico, sociale e climatico. Si tratta di mercati che nel 2025 hanno acquistato il 6% di merci italiane in più dell’anno precedente e sono arrivati a rappresentare il 13% (83 miliardi) dei 643 miliardi di euro di valore raggiunto dall'export italiano complessivamente.
Partendo in un viaggio attraverso i Paesi selezionati da Sace, si inizia dall’Africa con l’Egitto e il Marocco. Da un lato, il Paese ha introdotto misure per migliorare il business climate e offre opportunità nei settori dell'energia, delle infrastrutture sostenibili e dell’agrifood. Dall’altro lato, il Marocco gode di un solido assetto politico e istituzionale, fondamentali economici buoni, infrastrutture avanzate e un contesto operativo favorevole all’iniziativa imprenditoriale e agli investimenti esteri, offrendo un’economia diversificata, un comparto manifatturiero ad alto valore aggiunto e abbondanti risorse naturali che spingono il settore delle rinnovabili. Decisivo nel continente africano sarà il Piano Mattei italiano.
Vicina di casa dell’Europa è anche la Turchia che rappresenta però uno scenario a parte perché, racconta Sace, a fronte di un quadro politico complesso, continua ad alimentare ambiziosi piani di sviluppo sia in campo infrastrutturale (rete ferroviaria, stradale, portuale e aeroportuale) che a sostegno di tutta l’industria turca. Ampio supporto è dato infatti sia ai settori consolidati (settore automobilistico, filiera agroalimentare, chimico e petrolchimico, tessile) per favorire produzioni a più alto tasso di innovazione sia a settori più di frontiera come quelli della transizione verde (rinnovabili, eolico e solare).
Approdando poi in Medio Oriente, per Sace gli Emirati Arabi Uniti si confermano come l’economia più solida e diversificata della regione, con bassi livelli di rischio ed elevate opportunità per export e investimenti e si proiettano come hub strategico per le imprese italiane verso Asia e Africa. In Arabia Saudita il programma governativo Vision 2030 guida una trasformazione strutturale basata su mega-progetti infrastrutturali e urbani, sviluppo industriale e transizione energetica, rivelandosi quindi come importante destinazione per le imprese italiane di ingegneria, costruzioni, energia e manifattura avanzata.
Il continente che dovrebbe assicurare maggiori opportunità di sbocco alle imprese italiane è l’Asia. La Cina resta nella rosa dei 16 Paesi perché - nonostante il -20% di export italiano verso Pechino nell’ultimo anno - riforme, investimenti in tecnologia e innovazione mantengono il Paese una destinazione rilevante per le imprese italiane. E poi è «impensabile un futuro in cui si può ignorare un mercato enorme come quello cinese» ha aggiunto Alessandro Terzulli, capo economista di Sace.
Nella top 16 di Sace c’è poi l'India che mira a diventare un polo manifatturiero globale, sostenuta da piani di sviluppo infrastrutturale ed energetico e dalla recente spinta all’accordo di libero scambio con la Ue, che faciliterà anche le esportazioni italiane. Chiudendo con l’Asia, ai Paesi dell’Asean (Singapore, Vietnam, Malesia, Tailandia e Filippine) si affiancano anche Corea del Sud e Kazakistan nell’offrire opportunità in settori chiave, grazie all’espansione della classe media e al crescente potere d’acquisto, ma richiedono approcci differenziati in base ai diversi profili di rischio.
Saltando nelle Americhe, le principali opportunità sono concentrate nelle economie più grandi e strutturate del Sud America rafforzate dai legami commerciali con l’Ue incluso l’accordo Ue-Mercosur: il Brasile che, nonostante fragilità fiscali e incertezze politiche conta su ampie riserve valutarie, assicura prospettive positive legate a infrastrutture, transizione energetica, automazione industriale e beni di consumo. E il Messico che rappresenta uno snodo centrale delle catene del valore nordamericane grazie alla diversificazione economica al nearshoring per il mercato Usa, mantiene un rischio di credito moderato e offre sbocchi per manifattura, beni strumentali e filiere integrate con il mercato statunitense.
Con uno sguardo all’attualità e al nodo dazi statunitensi, Terzulli ha ricordato che «i suggerimenti forniti alle imprese sui mercati con più alto potenziale per l’export nel 2026 non implicano assolutamente l’indicazione di Sace di trascurare i mercati già strutturati per quanto complicati come gli Usa». Anzi gli Stati Uniti continuano a offrire opportunità grazie alla solidità della domanda interna, alla leadership tecnologica e alla propensione al consumo di beni premium.
Le dinamiche delle esportazioni verso la Russia e l’Ucraina sono ovviamente condizionate dagli ormai quattro anni di conflitto. Di certo Mosca «non è un target che ci sentiamo di consigliare» ha evidenziato Terzulli rispondendo a una domanda di MF-Milano Finanza.
Non è un caso che dal 2014, quando la Russia ha minato la sovranità territoriale dell’Ucraina con riferimento alla Crimea e sono partite le prime sanzioni internazionali, «l’export italiano verso il Paese non è mai tornato al livello record di quasi 11 miliardi di euro», anche se rimane sui 3 miliardi di euro nel 2025, come raccontato da MF-Milano Finanza. D’altronde le imprese non solo per fare business in Russia devono fare slalom tra le sanzioni, evitando di incorrere soprattutto in quelle statunitensi che arrivano al blocco della possibilità di fare affari con gli Usa stessi. Ecco che nella Export Map gli indici che misurano l'opportunità di esportare e di investire in Russia è pari a zero. Mentre il rischio di credito per le imprese, ossia di non riceve pagamenti per i beni venduti, tocca il massimo: 100 punti. Questo perché «ci sono problemi di accesso ai sistemi di pagamento internazionali da parte russa, sempre a causa delle sanzioni», ha aggiunto Terzulli.
Se si passa all’altro lato del fronte, Sace riconosce all’Ucraina un tasso di opportunità di export nel Paese di 42 punti su 100 e di investimenti di 12 su 100. Pur se il rischio di credito è elevatissimo: il 97 su 100. (riproduzione riservata)