Il governo italiano ha trovato la quadra sulla nuova tassa sulle banche. Le discussioni si sono svolte parallelamente alle misure sulle imposte differite attive (dta). La somma del contributo delle due misure (tassa e dta) dovrebbe generare almeno 4 miliardi di euro di entrate.
Il Consiglio dei ministri ha approvato oggi, 17 ottobre, la legge di bilancio. Nella bozza inviata all'Ue, ha previsto di raccogliere oltre 11 miliardi di euro da banche e assicurazioni. Forza Italia ha detto che le banche potranno sbloccare 6,2 miliardi di riserve accantonate lo scorso anno grazie alla clausola opt-out dall'imposta sulle plusvalenze del 2023, pagando un'imposta del 27,5% (rispetto al 40% previsto) su base volontaria.
Ma questo non addolcisce la pillola per il comparto, chiamato a versare anche due punti percentuali in più sull'Irap, come ha chiarito il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, dopo l’ok alla manovra e l'Ires maggiorata di 3,5 punti rispetto alle altre imprese.
«Riteniamo che l'impatto delle misure che abbiamo adottato nei confronti del sistema bancario e assicurativo sia assolutamente sopportabile», ha assicurato Giorgetti, spiegando che «in parte sono misure suggerite e concordate, in parte come l'aumento di due punti dell'Irap sono misure che banche e assicurazioni accettano, sappiamo perfettamente che chiunque viene tassato non è molto felice».
Anche se non è facile calcolare l’impatto sulle banche (capitale o conto economico), quest’incertezza influenza negativamente il sentiment sul comparto anche perché il mercato si aspettava un dialogo costruttivo tra le parti, dato il precedente degli ultimi due anni, ha sottolineato Barclays. Ma così non è stato.
Inizialmente, la misura allo studio sembrava essere quella sulle dta, con il pagamento differito di un particolare tipo di imposte differite attive; dato che questo tipo di dta non è dedotto dal capitale di vigilanza (secondo le regole di Basilea), questa misura non arreca danno al settore bancario (nessun impatto sugli utili o sulla generazione del capitale).
Ma quest’anno il governo ha cercato un’altra fonte di entrate, collegata alla riserva straordinaria non distribuibile che le banche hanno potuto accantonare sugli utili 2023 (per un totale di 6,2 miliardi di euro) invece del pagamento di un prelievo. Ora l’esecutivo ha proposto agli istituti di credito di pagare una tassa del 27,5% su quella riserva (generando proventi per 1,7 miliardi di euro) per renderla distribuibile dalle banche. Exit tax così è stata chiamata questa misura.
Ebbene, a prima vista, questa proposta potrebbe ridurre il Cet1 ratio del settore di 15 punti base, secondo i calcoli di Barclays. Poiché dovrebbe essere addebitata direttamente sul capitale, potrebbe ridurre gli utili in media del 5%, con le società di risparmio gestito le meno colpite, seguite da Unicredit.
La tassa influenzerà le politiche sui dividendi? «Non crediamo. O meglio, nessuna banca ha limitato la politica sui dividendi a causa della riserva non distribuibile del 2023. Pertanto, se quella riserva diventa distribuibile, le banche manterranno probabilmente la loro attuale politica sui dividendi. In particolare, assumendo che la tassa sia addebitata direttamente sul capitale, non dovrebbe essere necessario modificare le percentuali di distribuzione del capitale per mantenere invariati gli importi dei dividendi», precisa Barclays.
Un occhio anche ai risultati del terzo trimestre del 2025 delle banche italiane. A detta di Barclays mostreranno una certa pressione sul margine di interesse per tutte le banche, ma in linea con le guidance attuali. Più in dettaglio, Bper dovrebbe performare bene in scia ai conti, sia per solidi dati stand-alone sia per gli aggiornamenti sulla fusione con la Popolare di Sondrio «che ci aspettiamo influenzino positivamente il consenso», afferma Barclays.
Anche Mps dovrebbe registrare un buon trimestre con un calo leggermente inferiore del margine di interesse rispetto ai competitor, maggiore, al contrario, per le commissioni. Ma la reazione del titolo sarà più legata ai target del nuovo piano industriale che terrà conto della fusione con Mediobanca, obiettivi che probabilmente verranno rivelati solo con la pubblicazione del bilancio 2025. Unicredit va verso un Cet1 ratio del 14%, quindi l’attenzione degli investitori sarà rivolta alla distribuzione del capitale. Non sarà da meno Intesa Sanpaolo (effetto stagionalità nelle commissioni del terzo trimestre), ma i messaggi più importanti arriveranno con il business plan atteso a febbraio del 2026.
In vista dei conti, la banca d’affari ha ripristinato il rating su Bper a overweight, integrando la Popolare di Sondrio nel suo modello in seguito al successo dell’ops, «il nostro titolo preferito in Italia con un prezzo obiettivo di 12,5 euro che offre un potenziale upside del +33%».
E ha aggiornato il modello su Mps con l’integrazione di Mediobanca, ribadendo il rating equal weight (target price invariato a 7,80 euro). Al contempo ha alzato il target price di Credem da 12,6 a 14,3 euro (rating equalweight) e di Intesa Sanpaolo da 5,7 a 6,6 euro (overweight), viceversa ha limato il target price di Mediobanca da 18,5 a 18,4 euro (equalweight) e di Unicredit da 70 a 69,2 euro (overweight).
«Bper è la nostra azione preferita nel settore, non solo per la valutazione interessante, ma anche perché abbiamo una stima di utile per azione per il 2026 del 6% sopra quella del consenso grazie a ricavi e costi migliori. Consideriamo questo caso di investimento semplice e convincente», sottolinea Barclays.
Infatti, dopo aver completato l’acquisizione dell’80,69% della Sondrio, Bper «è diventata una storia di riduzione dei costi, con l’opportunità di razionalizzare la rete commerciale e rafforzare la sua solida posizione di capitale», continua la banca d’affari. «Con la resilienza del margine di interesse, la crescita delle commissioni e il controllo dei costi, stimiamo un cost/income al 46% nel 2026, in calo al 43% nel 2027. Inoltre, ci aspettiamo un costo del rischio di 40 punti base nel prossimo anno».
Il capitale è l’elemento forte di questa storia, con un potenziale upside. «Stimiamo, infatti, un Cet1 ratio del 14,5% quest’anno, che salirà al 15% dal 2026 considerando un payout del 75% (rendimento del 9%). E nel caso in cui Bper», conclude Barclays, «vendesse Alba Leasing, stimiamo che la mossa libererebbe 40-45 punti base a livello di Cet1 ratio con impatto limitato, solo -1%, sull’utile per azione del 2026». (riproduzione riservata)