L’ultima volta che l’ex Ilva è stata in mani italiane era il 2012: il 26 luglio di quell’anno l’acciaieria finì sotto sequestro a seguito dell’inchiesta della magistratura di Taranto. Quattordici anni dopo, tra commissariamenti e tribunali, potrebbe tornare a parlare italiano. Non tutta, e non ancora. Ma c’è una cordata di imprenditori siderurgici pronta a entrare in campo: una formula che ricorda quella dei «capitani coraggiosi» di Alitalia, ma che nasce, questa volta, all’interno della stessa industria. E che prima di presentare un’offerta detterà le sue condizioni. Il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, le ha spiegate in esclusiva a Milano Finanza.
Domanda. Presidente, la cordata italiana si è fatta avanti. Che succede ora?Risposta. Ora dobbiamo verificare se esistono le condizioni e le possibilità per occuparsi di una parte dell’ex Ilva.
D. Di quale parte parliamo?
R. Di quella che, impropriamente, viene chiamata «area a freddo». In realtà, oltre al downstream, c’è anche una parte di «area a caldo», che comprende i laminatoi a nastri e a lamiera.
D. Qual è il prossimo passo?
R. Sederci rapidamente con il governo italiano e verificare alcune di quelle che abbiamo chiamato «condizioni abilitanti». L’obiettivo è capire se il sistema della siderurgia italiana può affrontare anche questa sfida.
D. Perché parla di sfida?
R. Perché l’operazione è molto difficile. Acciaierie d’Italia è un’azienda che nel corso degli anni ha subito un progressivo declino impiantistico e occupazionale, ed è stata al centro di conflitti politici e ambientali.
D. La vostra offerta è più competitiva di quella di Jindal?
R. Non possiamo entrare nei dettagli della nostra offerta, essendo un prodotto che ancora non esiste. Però posso dire che il vero valore è la nostra italianità.
D. Che intende per italianità?
R. Innanzitutto che sarebbe un’operazione di sistema e non di qualche singola azienda. In secondo luogo, c’è la garanzia che gli imprenditori italiani ci mettono la faccia e sono sempre rinvenibili. Terzo, c’è un valore strategico: l’acciaio è una materia prima fondamentale e, in tempi geopolitici così turbolenti e difficili, un Paese che non controlla la propria produzione o la fa dipendere troppo dall’estero è un Paese debole.
D. A Taranto, però, non si produrrà più.
R. Vero. L’ipotesi attuale è quella di comprare bramme sui mercati internazionali. Ma ipotizzare un modello di pura laminazione di bramme esotiche extra-Ue è un modello che ha le sue debolezze. Sappiamo cosa può significare dipendere dall’estero. Sarà uno dei temi di riflessione: la produzione di bramme in Europa e, quindi, in Italia.
D. Resta in piedi l’ipotesi di due forni elettrici a Taranto?
R. È nel piano realizzato dai commissari. Tuttavia riguarda l’area a caldo, da cui noi siamo ancora molto distanti.
D. Qual è il punto di forza della cordata italiana?
R. La decarbonizzazione. Dal punto di vista del know-how, delle professionalità, della forza economica e patrimoniale queste imprese che firmeranno la manifestazione di interesse hanno i giusti presupposti per affrontare la sfida.
D. Di quante aziende parliamo?
R. Parliamo della maggioranza delle imprese elettrosiderurgiche italiane. In termini numerici, sicuramente più di dieci imprese.
D. Come sarà la governance?
R. Non siamo ancora arrivati a questa decisione. Il motivo è piuttosto semplice: si tratterà di capire come le diverse aziende si posizioneranno nel progetto. Ovviamente il coinvolgimento nel capitale sarà legato al contributo offerto: c’è sempre correlazione tra rischio e partecipazione.
D. Quanto costerà?
R. Definire il valore e il prezzo di un’azienda di cui non si conoscono perfettamente i dettagli è impossibile. Dobbiamo ancora fare i conti.
D. Quindi dovete ancora accedere alla data room?
R. Sì. È un processo a due stadi. Un primo step verifica l’esistenza delle condizioni abilitanti. E un secondo coincide con il lavoro di data room, quindi tutti gli elementi economici, industriali e sociali. A quel punto si decide se presentare l’offerta o meno.
D. Vi siete dati delle tempistiche?
R. Puntiamo a inviare la manifestazione di interesse condizionata subito dopo Ferragosto, stiamo parlando con qualche avvocato. Entro fine mese.
D. Tra le condizioni chiedete una definizione più chiara del ruolo del governo?
R. Assolutamente sì. È fondamentale che qualcuno si faccia carico dei temi dell’area a caldo. C’è poi il grande tema dei lavoratori. Un aspetto che incide anche sulla cordata: un conto è lanciare un progetto industriale in un contesto di serenità, un altro è farlo in un contesto dove le tensioni sociali sono molto alte.
D. C’è poi il tema energetico...
R. Necessario da affrontare. Non si può essere i più decarbonizzati del mondo e contemporaneamente avere il costo dell’energia elettrica più alto d’Europa.
D. Avete qualche proposta?
R. Vorremmo che questa vicenda costituisse l’occasione di un confronto definitivo sulle politiche strutturali che mantengano alta l’industria italiana. Non solo quella siderurgica ma anche quella chimica, per esempio. Lo Stato deve occuparsi delle condizioni abilitanti, gli industriali delle strategie dei settori.
D. Lei c’è stato a Taranto?
R. Tante, tantissime volte. E conosco i tarantini, il quartiere Tamburi. Questa potrebbe essere una grande occasione per riaprire un dialogo con la città, su come rendere compatibile una presenza industriale e i suoi occupati con un ambiente sano.
D. La fine della legislatura è però vicina. La partita si chiuderà prima delle elezioni?
R. Molto dipenderà dalla volontà politica. Una delle verifiche che faremo è proprio l’esistenza di questa volontà: bisogna cogliere l’occasione del salvataggio di una parte di Ilva per definire una politica industriale di tutto l’acciaio italiano.
D. Acciaio «green» italiano?
R. Sì. Il nostro potrebbe diventare rapidamente il primo acciaio totalmente green al mondo. Sulle emissioni dirette siamo già a posto. Il punto da completare è l’energia impiegata, che è già per oltre un terzo rinnovabile. Se riuscissimo ad aggiungere energia nucleare dalla Francia, per esempio, potremmo arrivare a un acciaio completamente decarbonizzato. A quel punto saremmo campioni del mondo del green steel, nessuno è a questo livello.
D. Ed è tanto che l’Italia non è campione del mondo. Siete ottimisti?
R. Gli industriali sono ottimisti per definizione, altrimenti non potrebbero fare questo mestiere. Detto ciò non manchiamo di razionalità. La forza dell’ottimismo è quella che ti consente di analizzare positivamente e razionalmente le situazioni di contesto e di prendere decisioni.
D. Avete già pensato a un nome per la cordata?
R. No, ma perché siamo scaramantici. (riproduzione riservata)