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Ex Ilva, la storia infinita di un’azienda in agonia da 14 anni

di Sergio Rizzo
03 aprile 2026, 12:00

Dal 2012 è stata una sequenza di errori, disinteresse ed enorme spreco di denaro pubblico. Che non è servito a risollevare le sorti dell’acciaieria più grande d’Europa. Come si fa a evitare i titoli di coda?

Inerzie, superficialità, disinteresse, incompetenze. E spreco. Tanto, tantissimo spreco di denaro, di tempo, di energie. Perfino, è terribile dirlo, di vite umane in una città da sessant’anni destinata a convivere con il lavoro che uccide. Nel racconto dell’acciaio di Taranto c’è tutto questo e altro ancora. Potrebbe essere una storia emblematica della parabola dell’Italia, un Paese che da troppo tempo ha smesso di guardare al futuro.

Eppure non si può non provare sdegno per l’incredibile sequenza di passi falsi che hanno compromesso l’esistenza della più grande acciaieria d’Europa. Nella quale tutti hanno recitato una parte: i governi che dal 2012 si sono succeduti al capezzale dell’ex Ilva senza riuscire a imbastire uno straccio di politica industriale; i partiti; i commissari di volta in volta incaricati di mandare avanti la baracca; i manager che l’hanno gestita; i presunti esperti; i tecnici; i professionisti che sulla crisi della gigantesca fabbrica non hanno smesso di guadagnare fior di quattrini. Anche i magistrati. Nei titoli di coda, se come non pare impossibile andranno in onda, ci saranno i nomi di tutti.

Quattordici anni e otto governi dopo

In testa quelli di quanti dal Palazzo non si sono stancati di ripetere che l’acciaio è strategico ma in 14 anni non sono stati in grado di risolvere il conflitto fra il lavoro e la salute. E in 14 anni sono passati otto governi, sette presidenti del Consiglio, otto ministri dell’Industria, sette viceministri e venti sottosegretari. Senza cavare un ragno dal buco. Basta dire che il piano sfornato la scorsa estate dal ministro Adolfo Urso del governo di Giorgia Meloni è pressoché lo stesso che aveva proposto il primo commissario dell’ex Ilva, Enrico Bondi, nel 2013.

Chi è tirato in ballo risponderà che la situazione era maledettamente complessa fin dall’inizio, con gli impianti sequestrati, le prescrizioni ambientali e gli investimenti per miliardi necessari ad abbattere l’inquinamento. Si tratta di un impianto industriale immenso, agganciato al nucleo urbano, che si estende su una superficie di 1.500 ettari. Per capirci, un’area 34 volte più vasta della Città del Vaticano, che potrebbe contenere cinque centri siderurgici come quello di Bagnoli, a Napoli, chiuso trent’anni fa.

Tutto vero. Ma per far capire che cosa è successo è utile riepilogare alcune tappe di questa vicenda surreale. Che ruotano intorno a una parola: «Preridotto». In termine tecnico di origine britannica «direct reduced iron». È la materia prima dell’acciaio frutto di una speciale pre-lavorazione del minerale di ferro con gas metano o idrogeno, passaggio chiave per la cosiddetta «decarbonizzazione» che a Taranto invocano dal 2012.

La parabola di ArcelorMittal

Nel 2017 il maggiore gruppo siderurgico del mondo, ArcelorMittal, rileva l’ex Ilva. Dal sequestro giudiziario per ragioni ambientali e sanitarie dell’acciaieria ceduta dall’Iri alla famiglia Riva a metà degli anni ‘90 sono già trascorsi cinque anni. E la famosa decarbonizzazione, mentre ormai tutta la siderurgia europea va in quella direzione, è rimasta una parola. La speranza è che pure i nuovi azionisti seguano l’onda. Ma si capisce subito che le cose non andranno per il verso giusto.

Ancora prima di rilevare lo stabilimento dal quartier generale di ArcelorMittal si fa sapere che la tecnologia del preridotto è considerata vecchia e inadatta per Taranto. Dove si pensa invece di utilizzare l’etanolo per alimentare gli altoforni. Non c’è tempo per verificare se la cosa può funzionare perché la situazione precipita dopo che il Parlamento, dove il Movimento 5 Stelle ha la maggioranza relativa, abolisce lo scudo penale che sollevava i nuovi amministratori da responsabilità per possibili reati ambientali.

È il novembre 2019, ma già da tempo è chiaro che l’affare non regge economicamente. C’è ancora il governo di Mario Draghi quando spunta l’idea di un intervento dello Stato attraverso Invitalia. L’operazione è di fatto la premessa per l’uscita di scena di ArcelorMittal e prende corpo nel secondo governo di Giuseppe Conte, mentre infuria la pandemia di Covid-19.

Il miliardo del Pnrr per decabonizzare Taranto

Poi arriva Draghi, arrivano anche i soldi del Pnrr e finalmente si decide di rompere gli indugi sulla decarbonizzazione. Rispolverando il mitico preridotto. Nell’estate del 2021 un decreto legge stabilisce la creazione di una società al 100% statale, controllata da Invitalia, per progettare e gestire a Taranto un impianto di preridotto. Si chiama Dri d’Italia e viene costituita a inizio 2022. Ha in dote per quel futuro impianto un miliardo del Pnrr.

Per la gara necessaria a individuare chi lo realizzerà ci vuole però ancora un anno e mezzo. A quel punto è chiaro che l’impianto di preridotto a Taranto rischia di non vedere la luce entro il 30 giugno 2026, quando scadrà il Pnrr. E lo stanziamento del miliardo europeo viene revocato. Per i soldi si provvederà con un altro miliardo, dal bilancio dello Stato.

Ma scoppia una grana mica da ridere. A ottobre 2023 la Danieli fa ricorso al Tar di Lecce contro l’aggiudicazione della gara alla Paul Wurth del gruppo tedesco Sms. Ad aprile 2024 i giudici annullano la gara: nel procedimento si è costituita a fianco della ditta italiana la Regione Puglia di Michele Emiliano. E 13 mesi più tardi, nel maggio 2025, il Consiglio di Stato chiude la partita confermando la sentenza del Tar.

Baku Steel, Flacks, Jindal e tutte le altre false speranze per l’Ilva

La gara si dovrebbe rifare. Il condizionale però è d’obbligo. Fare una nuova gara per un impianto che magari neppure verrà costruito non avrebbe senso. Perché intanto è ripartito il treno della vendita, sia pure con scarsissime speranze. Ormai funziona solo un altoforno, l’altro che era rimasto operativo ha subito un incendio ed è finito sotto sequestro. La produzione è ai minimi termini, le perdite viaggiano al ritmo di 40 milioni al mese.

Si fa avanti l’azera Baku Steel Company. Ma poi fa retromarcia. C’è anche un fondo statunitense, si chiama Flacks come il suo fondatore Michael Flacks, inglese che vanta un patrimonio personale di 1,7 miliardi di sterline. Per l’acciaieria di Taranto offre un euro: prendere o lasciare. La tentazione del governo sarebbe di prendere, tanto si sta facendo bollente la patata. Se non fosse che Flacks dopo aver fatto balenare l’idea di investire 5 miliardi adesso pare abbia chiesto soldi in prestito allo Stato, cioè al venditore, per finalizzare l’operazione.


Se le cose stanno così, c’è da fidarsi? Boh. Per non parlare del fatto che un fondo speculativo non è esattamente ciò che serve a un’industria siderurgica in difficoltà. Ci vorrebbe un partner industriale, che in effetti ci sarebbe pure. Si sono rifatti vivi gli indiani di Jindal, ma le prospettive sono di un dimagrimento drastico dell’azienda. Sempre meglio del fallimento, si potrebbe dire. Farebbero l’acciaio con il preridotto, ma non prodotto in Italia. Lo producono loro in Oman. E Dri d’Italia? Intanto hanno rifatto le nomine dei vertici. Amministratore delegato al posto di Stefano Cao è Ferruccio Ferranti, manager già in auge con i governi berlusconiani e ora di sicura fede meloniana. Mentre alla presidenza ecco Cesare Pozzi, professore molto stimato in Fratelli d’Italia, al posto di Franco Bernabè. Per ora basta e avanza. (riproduzione riservata)



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