L’epoca in cui Taranto era la capitale dell’acciaio italiano si è ufficialmente chiusa. Acciaierie d’Italia è destinata a diventare una cattedrale di ferro, fumo e veleni. Nessuno, nel vertice di ieri a Palazzo Chigi, lo ha detto apertamente. Ma nessuno, dentro o fuori dal governo, è stato in grado di smentirlo.
Entro novanta giorni l’area a caldo dell’ex Ilva - cioè gli impianti dove l’acciaio viene prodotto - si fermerà. Dovrà restare chiusa in virtù della sentenza della Corte d’Appello di Milano che, nell’accogliere parzialmente il ricorso dei cittadini di Taranto, subordina la sua apertura alla rimozione dell’amianto ancora presente e alla riduzione delle emissioni entro limiti di sicurezza.
«Sono stati già smaltiti 6.780 chili di amianto presente negli stabilimenti» si legge nel decreto. Ne restano però ancora «oltre 2.000» che avrebbero dovuto essere rimossi entro il 23 agosto 2026. Ma il governo, sebbene ancora in attesa dei pareri tecnici, sa già che la rimozione dell’amianto rimanente, in novanta giorni di tempo, è una sfida impossibile.
E quindi si lavora al piano B. O meglio, all’unica exit strategy possibile: salvare il salvabile. Per tutto il mese di agosto il confronto tra governo e parti sociali resterà aperto. L’obiettivo è definire quello che Michele De Palma, segretario nazionale della Fiom Cgil, ha definito «un piano straordinario» per gestire la transizione.
Le decisioni, comunque, saranno prese a settembre. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, tra poco più di un mese il governo darà mandato ai commissari straordinari di rimettere mano al bando di gara per vendere ciò che resta del polo siderurgico: l’area a freddo - quella in cui l’acciaio viene lavorato e non prodotto.
L’identikit del possibile acquirente è quasi obbligato: serve un gruppo che produca già acciaio, oppure che abbia la capacità finanziaria di approvvigionarsi dall’estero per alimentare l’area a freddo. Ma servirebbe anche qualcuno che si impegni a far ripartire la macchina italiana della produzione, questa volta attraverso la realizzazione di forni elettrici, un investimento che richiederebbe almeno tre anni prima di entrare a regime. Non è detto che il compratore debba essere straniero.
È plausibile che gruppi già interessati come Jindal Steel o Baku Steel partecipino alla nuova procedura. Ma nei palazzi romani non viene esclusa nemmeno l’ipotesi di una cordata italiana, magari affiancata dall’impegno dell’esecutivo a bonificare ciò che resta dell’area a caldo. D’altronde negli scorsi anni, a vario titolo, avevano manifestato interesse per la partita nomi del calibro di Arvedi, Marcegaglia e Del Vecchio.
I sindacati ieri hanno indetto nel frattempo otto ore di sciopero e assemblee in tutti gli stabilimenti. «C’è una questione di sicurezza nazionale che riguarda 20 mila occupati diretti e indiretti», si legge nella nota diramata ieri. E per sicurezza nazionale si intende il lavoro, ma anche la salute dei lavoratori. Taranto venne dichiarata area a elevato rischio di crisi ambientale già nel 1990. Per troppo tempo la vicenda dell’ex Ilva è stata raccontata come scontro tra chi difendeva l’ambiente e chi difendeva il lavoro. Ma la contrapposizione, finora, ha prodotto soltanto sconfitti. (riproduzione riservata)