I pretendenti italiani dell’ex Ilva ci sono. E hanno fatto un primo passo avanti, ma a precise condizioni. Il consiglio di presidenza di Federacciai ha dato mandato al presidente Antonio Gozzi di verificare con il governo l’esistenza di alcuni presupposti necessari per presentare una manifestazione di interesse per alcune aree dello stabilimento di Acciaierie d’Italia.
Il direttivo di Federacciai, riunito lunedì 10 agosto, ha infatti dato il via libera a Gozzi a trasmettere agli enti competenti, per conto di un gruppo di aziende italiane, una manifestazione di interesse subordinata alla verifica di una serie di «condizioni abilitanti» necessarie per consentire l’intervento industriale. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, tra i nomi che potrebbero farsi avanti ci sono Arvedi, Duferco, Marcegaglia e alcune acciaierie del Veneto.
È il primo passaggio concreto dell’ipotesi di una cordata italiana, emersa nei giorni precedenti all’incontro durante il tavolo sulla crisi dell’ex Ilva convocato dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. Federacciai, Confindustria e Federmeccanica stanno lavorando all’ipotesi di coinvolgere imprese italiane nella partita, nel tentativo di aggiungere un’offerta nazionale a quelle degli operatori stranieri già in gara, a partire dall’indiana Jindal.
La cordata, però, non sarebbe intenzionata a prendere in carico l’intero stabilimento, su cui pesa la sentenza della Corte d’Appello di Milano che ha determinato la chiusura dell’area a caldo (ovvero il cuore produttivo dell’ex Ilva) fino alla rimozione dell’amianto ancora presente e alla riduzione delle emissioni entro limiti di sicurezza.
L’ipotesi su cui si lavora è dunque quella di rilevare e rilanciare le attività dell’area a freddo, cioè l’ala dello stabilimento che lavora l’acciaio ma non lo produce. Al resto dovrà pensarci il governo. Sempre secondo quanto risulta a questo giornale è probabile che, nelle discussioni che saranno intavolate con l’esecutivo, la cordata italiana chieda allo Stato di farsi carico della bonifica dell’area a caldo e dei lavoratori oggi impegnati in quella parte dello stabilimento (e in larga parte in cassa integrazione).
Anche perché il problema non è soltanto industriale, ma anche occupazionale e ambientale. La chiusura dell’ala produttiva rischia di trasformarsi in una crisi occupazionale, con migliaia di lavoratori direttamente coinvolti e un indotto che dipende dalla continuità produttiva dello stabilimento. Non è un caso che lo stesso Urso abbia parlato della necessità di un «piano straordinario per Taranto».
C’è poi una questione di sicurezza nazionale che riguarda 20 mila occupati diretti e indiretti e che implicitamente richiama la salute dei lavoratori. Taranto venne dichiarata area a elevato rischio di crisi ambientale già nel 1990, per troppo tempo la vicenda dell’ex Ilva è stata raccontata come scontro tra chi difendeva l’ambiente e chi difendeva il lavoro. Una contrapposizione che, finora, ha prodotto soltanto sconfitti. (riproduzione riservata)