Dopo oltre due mesi di attesa, Palazzo Chigi ha riaperto il faldone dell’ex Ilva. I sindacati che rappresentano i lavoratori di Acciaierie d’Italia – azienda attualmente in amministrazione straordinaria – hanno ricevuto la convocazione del governo per il 28 luglio dopo una serie di richieste senza risposta. L’ultima risale a neanche ventiquattr’ore fa, quando i segretari generali di Fim, Fiom e Uilm hanno inviato alla presidente del consiglio, Giorgia Meloni, una richiesta «urgente» di convocazione del tavolo.
L’ultimo incontro tra sindacati e governo risale al 5 marzo. Durante quel tavolo, ricordano i segretari Ferdinando Uliano, Michele De Palma e Davide Sperti, «era stata assicurata alle organizzazioni sindacali una nuova convocazione entro il mese di marzo, una volta conclusa la verifica sulla solidità finanziaria del Gruppo Flacks», il fondo americano interessato ad acquisire il polo siderurgico.
Da allora, però, è calato il silenzio. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che nell’arco della legislatura è stato titolare del dossier ha passato di mano la questione a Palazzo Chigi, come dichiarato a questo giornale. E intanto la situazione dell’ex Ilva è continuata a peggiorare. Come lamentano i sindacati «migliaia di lavoratori di retti vivono una condizione di profonda incertezza e insicurezza, mentre restano irrisolti i nodi sul futuro industriale, produttivo e occupazionale del gruppo».
Stanno infatti terminando i fondi concessi dall’Ue per tenere in vita polo siderurgico. La Commissione europea ha consentito all’Italia di erogare fino a un massimo di 390 milioni di euro, ma con vincoli precisi. Il primo limite riguarda la natura dell’intervento pubblico: si tratta dell’ultimo prestito secondo le regole degli aiuti di Stato, non ce ne possono essere altri. Il secondo vincolo, invece, attiene alla restituzione delle somme: il prestito deve essere restituito dall’acquirente. Acquirente che, tuttavia, ancora latita. (riproduzione riservata)