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STEFANO CAO AD DRI D'ITALIA
STEFANO CAO AD DRI D'ITALIA
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Ex Ilva, disfida tra manager per i fondi all’acciaio green

di Angela Zoppo
09 giugno 2023, 21:34

La contesa con Acciaierie d’Italia, guidata da Lucia Morselli. Parla Stefano Cao, ad di Dri d’Italia: nessuno potrà sfilarci i progetti per decarbonizzare la siderurgia. Tanto meno il miliardo di euro assegnatoci dal Pnrr.  | L'acciaio green svedese che piace ai big, da Ikea a Maersk | Il ministro Urso: lo Stato nell'ex Ilva? Solo strategia

Nella storia infinita e tormentata dell’ex Ilva mancava solo la contesa che sta opponendo il gigante Acciaierie d’Italia (62% ArcelorMittal, 38% Invitalia) alla più piccola Dri d’Italia (100% Invitalia), la società pubblica costituita dall’ex governo Draghi per realizzare a Taranto il primo impianto italiano per la produzione sostenibile e low carbon dell’acciaio.

«Dri d’Italia è una start-up nata già forte e ben patrimonializzata che promuoverà la transizione ecologica dell’industria siderurgica italiana», la presenta l’amministratore delegato Stefano Cao. Temprato da 6 anni alla guida di Saipem in uno dei periodi più difficili per la società (2015-2021), il manager si trova ora nella posizione di dover difendere la stessa ragion d’essere di Dri d’Italia: il suo progetto-bandiera per l’acciaio green e, con esso, la non trascurabile dote di un miliardo di euro garantita dal Pnrr per la sua realizzazione.

Domanda. Che sta succedendo? Vi siete chiariti con l’ad di Acciaierie d’Italia, Lucia Morselli?

Risposta. La situazione dal nostro punto di vista è già chiara. Dri d’Italia è stata costituita ormai un anno e mezzo fa con un ruolo ambizioso: contribuire a decarbonizzare la produzione dell’acciaio, realizzando nel sito dell’ex Ilva di Taranto il primo impianto di Direct Reduced Iron, o preridotto, un semilavorato siderurgico che si ottiene con l’utilizzo dell’idrogeno. Siamo il soggetto attuatore individuato dal governo. Quindi su chi debba fare cosa non mi pare possano esserci fraintendimenti. A Dri d’Italia è stato dato un mandato preciso, con tanto di fondi: capisco che il progetto faccia gola a molti, ma ormai è impossibile togliercelo.

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D. Secondo Acciaierie d’Italia però il progetto starebbe accumulando ritardi. È cosi?

R. L’impianto andrà realizzato entro giugno 2026, ed è a questa scadenza che siamo allineati con un programma serrato. Siamo affiancati da Technip per tutta la parte tecnico-ingegneristica. perché è un progetto ad alta complessità. La gara è già partita, entro qualche settimana aggiudicheremo l’appalto per la realizzazione dell’impianto e firmeremo il contratto. La scelta è tra due offerte, perché due sono le tecnologie proprietarie: una è di Danieli, l’altra di Paul Wurth, che in Italia è l’erede di Italimpianti. Altri vincoli sono legati al finanziamento, ma è tutto avviato.

D. Dri d’Italia è partita con un capitale di 35 milioni di euro. Quali sono i prossimi passi?

R. A breve chiameremo il secondo aumento di capitale per arrivare a 70 milioni di euro. Nel frattempo, la legge ci assegna un miliardo di euro di fondi del Pnrr destinati alla decarbonizzazione dei settori hard to abate. Dovremo aprire un canale con la Commissione Europea per la normativa sugli aiuti di Stato, così da poter avere il via libera per la disponibilità dei fondi già all’inizio del 2024, e alimentare il flusso degli investimenti fino al completamento dell’impianto.

D. Il miliardo di euro del Pnrr copre l’intero costo del primo impianto?

R. La cifra corrisponde al massimo investimento stimato per la realizzazione dell’impianto. Lo studio di fattibilità prevede che sia sostenibile non solo sotto il profilo ambientale ma anche economico. È un progetto che poi starà in piedi da solo, anche se dobbiamo sempre considerare la volatilità del prezzo del gas e il costo effettivo dell’idrogeno.

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D. Come saranno finanziati gli impianti successivi?

R. I successivi saranno di mercato, diversi dal primo. Abbiamo già sottoscritto un accordo con 14 produttori d’acciaio italiani per il secondo impianto, e individuato anche una possibile area, sempre nella zona di Taranto. Candideremo il progetto ai fondi previsti dal secondo bando Pnrr per le tecnologie hard to abate, un altro miliardo di euro. Questa attività parallela dimostra che non operiamo solo in funzione dell’ex Ilva.

D. Che spazi ha Dri d’Italia per crescere?

R. Nell’accordo di collaborazione con gli stessi acciaieri è previsto di valutare anche la realizzazione di impianti all’estero. Il nostro statuto è stato pensato molto bene, ci lascia una grande agilità di manovra. Compresa la possibilità di aprire il capitale a partner privati.

D. Ma c’è concorrenza nel settore del Dri?

R. Ce ne sarà sempre di più, è una tecnologia essenziale per la transizione energetica nella siderurgia, perché dimezza le emissioni di anidride carbonica e azzera le altre. Al momento ci sono circa 30 progetti allo studio in Europa, ma soltanto due sono in una fase avanzata: il nostro e quello di Saltzgitter in Germania. Per catalizzare gli investimenti è cruciale non perdere questo vantaggio. (riproduzione riservata)



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