La sveglia di Mario Draghi all’Europa, condivisa dalla premier Giorgia Meloni al Meeting di Rimini, sembra aver colpito nel segno. L’Unione Europea è al lavoro per superare il voto all’unanimità nella politica estera e di sicurezza comune. Il meccanismo consente a uno Stato di bloccare gli altri anche se è l’unico in disaccordo e con il passare degli anni sembra sempre più un retaggio storico, soprattutto ora che l’Unione potrebbe allargarsi ancora e accogliere nuovi membri come l’Ucraina.
I ministri dell’Ue si confronteranno sull’argomento durante il consiglio informale Affari Esteri di Copenaghen, in agenda dal 28 al 30 agosto, per estendere una possibilità che i Trattati prevedono già su alcuni temi, come le sanzioni.
Finora l’Europa è riuscita ad approvare le misure punitive contro la Russia nonostante la contrarietà dell’Ungheria di Viktor Orbán, da sempre su posizioni filo-Mosca. E allora dietro l’accelerata della Commissione potrebbe esserci proprio la necessità di disinnescare i veti di Budapest su materie in cui è prevista l’unanimità.
«Abbiamo delle proposte pronte per essere discusse con i ministri», spiega un funzionario europeo all’Ansa. «Un gruppo di Stati è favorevole (come Germania, Francia e Italia ndr) perché, se alcuni Paesi sono in grado di bloccare gli altri, l’Europa si indebolisce a lungo termine e la sicurezza europea ne risente».
Da tempo si discute su come superare il meccanismo dell’unanimità, ma finora l’Europa non è riuscita a trovare la quadra. Questa volta si proverà a sfruttare gli spazi già concessi dai Trattati, senza riformarli, ipotesi improbabile.
Tra le opzioni al vaglio c’è quella di rilasciare dichiarazioni a 26 Stati anziché a 27, come già successo in passato, in modo da non dover prolungare troppo il confronto tra governi e guadagnare tempo soprattutto su questioni vitali per l’Europa.
Al meeting di Rimini l’ex presidente della Bce aveva accusato l’Ue di «essere spettatrice marginale delle guerre nel mondo», dall’Ucraina a Israele. E aveva chiesto a gran voce di avviare una «riflessione politica sul futuro dell’Unione», oltre a suggerire agli Stati membri di «tornare a imparare ad andare d’accordo».
In realtà Draghi ha una visione ancora più spinta sul meccanismo dell’unanimità perché ha ipotizzato delle forme di cooperazione rafforzata tra governi che hanno le stesse esigenze su alcuni temi. Si tratterebbe insomma di formare dei gruppi per risolvere problematiche comuni, senza la necessità di coinvolgere gli altri Paesi.
«Finora molti sforzi per approfondire l’integrazione europea sono stati ostacolati dal voto all’unanimità. Dovrebbero quindi essere sfruttate tutte le possibilità offerte dai Trattati per estendere il voto a maggioranza qualificata», aveva dichiarato in passato l’ex premier, con il ricorso in caso di stallo «anche alla cooperazione rafforzata».
La proposta di Draghi ancora non ha fatto breccia tra i governi Ue, in alcuni casi gelosi delle proprie prerogative nazionali. Ma il dibattito al Consiglio informale di Copenaghen potrebbe rappresentare una prima apertura per infrangere uno dei più grandi tabù dell’Europa. (riproduzione riservata)