Il dollaro non recupera le perdite registrate rispetto a euro, yen e sterlina dopo che la Fed ha fornito un outlook meno falco del previsto. Complice l’outlook deludente del colosso statunitense del cloud computing Oracle, che ha riacceso i timori che gli elevati costi per le infrastrutture di intelligenza artificiale possano superare gli utili, l’euro resta vicino ai massimi degli ultimi due mesi a 1,1721 dollari (+0,23%). La sterlina è in leggero rialzo dello 0,06% a 1,13364 dollari. Il biglietto verde perde terreno anche contro lo yen: -0,32% a 155,493.
Invece che sul dollaro, gli acquisti si concentrano sui Treasury Usa dopo che la Fed ha annunciato, oltre che un taglio scontato dei tassi di interesse di 25 punti base, che a partire dal 12 dicembre inizierà ad acquistare titoli di Stato a breve scadenza per contribuire a gestire i livelli di liquidità del mercato, con un primo round di 40 miliardi di dollari.
Per altro, nota Ricardo Evangelista, senior analyst di ActivTrades, la decisione della Fed sui tassi non è stata unanime, con alcuni funzionari che hanno adottato una posizione restrittiva e votato contro la riduzione dei costi di finanziamento. Dopo l'annuncio, il presidente, Jerome Powell, ha sottolineato i rischi significativi al ribasso nel mercato del lavoro statunitense, lasciando aperta la porta a ulteriori tagli nel 2026.
A seguito delle sue dichiarazioni, «i mercati monetari hanno scontato le aspettative di almeno un ulteriore taglio dei tassi il prossimo anno, anche se gli operatori ritengono improbabile che ciò avvenga nella riunione di gennaio. Questo scenario mantiene il percorso di minor resistenza per il dollaro inclinato al ribasso, con qualsiasi dato economico deludente che potrebbe aggravare le perdite della valuta», avverte Evangelista.
In questo contesto, le richieste di sussidi disoccupazione nella settimana del 5 dicembre (dato pubblicato l’11 dicembre) su base settimanale si sono attestate negli Stati Uniti a 236 mila unità, in aumento rispetto alle precedenti 192 mila unità (la previsione degli economisti era per 220 mila unità). «Un aumento delle nuove richieste superiore al dato precedente può rafforzare le prospettive ribassiste per la Fed e aggiungere ulteriore pressione sul biglietto verde», prevede Evangelista.
Con il mini-dollaro AlphaValue ha analizzato il comportamento dei 24 titoli europei (si veda la tabella sotto; due le società italiane: Ferrari e Stmicroeletronics) con un’esposizione netta al dollaro superiore al 25% dei loro ricavi. «Netta» significa esposizione ai ricavi in dollari meno i costi in valuta Usa. Non è un metodo scientifico, ma aiuta a escludere le società con un business basato sul dollaro i cui margini non sono influenzati dalle oscillazioni della moneta americana. Ad esempio, cita AlphaValue, Porsche Ag ha il 37% dei ricavi in dollari compensati da un 8% dei costi in dollari, lasciando un’esposizione netta al dollaro del 25%.
L’universo dei titoli esposti al dollaro ha perso terreno nell’estate del 2024, non alla fine di quell’anno quando il presidente statunitense, Donald Trump, si è insediato alla Casa Bianca e il dollaro ha iniziato a crollare. Le aziende europee sensibili alla moneta americana erano deboli già prima che crollasse. Il grafico sulle performance relative, nota ancora AlphaValue, è ancora più sorprendente, poiché mostra che dopo l’allarme sui dazi Usa di aprile (ricordate quell’orwelliano Giorno della Liberazione?), questo gruppo di titoli sensibili al dollaro ha ritrovato una certa stabilità, solo per indebolirsi di nuovo a fine novembre.
«Sembra, quindi, che l’impatto del dollaro sulla solidità di queste società non sia stato finora una preoccupazione primaria. Non come i dazi statunitensi che hanno avuto un peso maggiore. Ricordate le tariffe del 39% imposte sulle esportazioni svizzere verso gli Stati Uniti? Questo dato va confrontato con un calo del 10-12% del valore del dollaro rispetto alle valute europee», afferma AlphaValue.
Tornando all’impatto del dollaro, i mercati non sembrano interessati, ma gli utili europei rifletteranno un’inevitabile pressione al ribasso della valuta Usa, avverte AlphaValue. Un calcolo approssimativo sarebbe il seguente: le vendite nel 2025 dei titoli europei coperti da AlphaValue (esclusi i finanziari) sono stimate a 6.208 miliardi di euro.
Un dato che rappresenta un +1% rispetto al 2024, ma un -3% rispetto alle vendite 2025 attese un anno fa. Di fatto, il peso delle vendite in dollari nello stesso universo è il 27%. «Una diminuzione del 10% del valore medio del dollaro rispetto all’euro si traduce in un impatto negativo intorno a -3%. Come regola collaudata, una variazione dell’1% sulla parte alta del conto economico, quindi sui ricavi, genera una variazione del 3-4% sulla parte bassa, quindi sugli utili. Pertanto, ci si aspetterebbe un calo del 10% degli utili attesi rispetto a un anno fa. Nello stesso universo», prosegue AlphaValue, «gli utili nel 2025 sono stati ridotti «solo» dell’8%. Dev’esserci stato qualche elemento positivo che ha compensato la debolezza del dollaro. Tuttavia, è difficile identificarlo. Non ci sorprenderebbe, quindi, un brusco risveglio quando i bilanci dell’esercizio 2025 saranno resi pubblici, dopo che molte società hanno iniziato a presentare analisi degli utili escludendo l’impatto del cambio».
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