Secondo i giudici del Riesame di Torino è «verosimile» che i fratelli John, Lapo e Ginevra Elkann siano stati consapevoli della «frode» – da qui l’ipotesi di reato di truffa ai danni dello Stato – che avrebbero commesso con la presunta evasione dell’imposta di successione sulla morte della nonna Marella Caracciolo. Sono le motivazioni pubblicate venerdì 5 dell’ordinanza con la quale il 29 marzo erano stati confermati i sequestri disposti dalla procura di Torino che indaga sull’eredità di Gianni Agnelli e poi della moglie Marella Caracciolo, scomparsa nel 2019.
Indagati per concorso in infedele dichiarazione e truffa ai danni dello Stato sono i tre fratelli Elkann, il commercialista torinese Gianluca Ferrero e il notaio svizzero Urs von Grüningen.
Nel mirino ci sono le rendite per circa 30 milioni di dollari l’anno prodotte dai 900 milioni di dollari della Bundeena Consulting delle British Virgin Islands, domiciliata in Liechtenstein (presso la Trimaco Trust) e riconducibile a Marella Caracciolo.
Su questi soldi John Elkann – che si suppone sia diventato beneficiario di quel tesoro estero confluito nelle fiduciarie Blue Dragons e Dancing Tree, sempre gestite da Trimaco, anche se «allo stato attuale non risulti una completa tracciabilità», scrivono i giudici – e i due fratelli non avrebbero pagato le tasse. Sono state comunque effettuare dichiarazioni integrative a ottobre 2023 per oltre 700 milioni di euro «di capitali esteri fino ad allora non dichiarati in Italia, somma compatibile, sia pur inferiore, rispetto ai 900 milioni di dollari della nonna». Secondo gli inquirenti comunque è «verosimile» che si tratti degli stessi fondi, anche perché i tre Elkann ne sono entrati in possesso dal febbraio 2019, cioè dalla morte della nonna.
I sequestri erano stati effettuati una seconda volta il 6 febbraio dopo che alcuni documenti, in particolare quelli relativi alla società semplice Dicembre, al centro dell’impero Agnelli-Exor, erano stati dissequestrati.
Il cuore dell’indagine è la ricostruzione dell’effettiva residenza di Marella Caracciolo, che secondo la procura avrebbe risieduto effettivamente in Italia, dove è scomparsa, e non in Svizzera. Nella ricostruzione i pm hanno utilizzato anche testimonianze di ex dipendenti e collaboratori della vedova di Gianni Agnelli nonché vari documenti sequestrati, tra i quali una sorta di linee-guida per poter attribuire la residenza a Donna Marella in Svizzera.
L’inchiesta nasce da un esposto della figlia dell’Avvocato, Margherita Agnelli, madre dei tre Elkann, che contesta la validità dei testamenti svizzeri della madre Marella e del patto successorio e dell’accordo transattivo del 2004 con i quali rinunciò all’eredità del padre e a quella futura della madre in cambio di 1,3 miliardi di euro. Margherita contesta davanti ai giudici civili di Torino e poi con un esposto anche davanti ai magistrati penali, che esisterebbe un tesoro estero nascosto dell’Avvocato, poi passato alla madre Marella e quindi ora ai tre figli Elkann (e non anche agli altri cinque figli da lei avuti con il secondo marito, Serge de Pahlen) di cui era stata tenuta all’oscuro.
Nelle 22 pagine di motivazioni i giudici si soffermano anche sulla questione delle presunte firme di Marella Caracciolo falsificate nei testamenti, nei contratti di assunzione del personale e nella concessione degli immobili al nipote John Elkann, di cui parla Margherita nel suo esposto.
I giudici specificano che «su tale ipotesi non si tornerà più in seguito perché allo stato attuale è stata solo oggetto di vaghe allusioni, non trasfuse in alcuna imputazione nemmeno embrionale e mai espressamente motivate nel decreto». Sottolineano che «la stessa esponente - per quanto desiderosa di demolire tutta la vicenda successoria di base e ricostruirla in proprio favore - non si è sbilanciata sulla valenza di tale ipotesi, accontentandosi di dare incarico ad un perito grafologico e di evidenziare gli esiti delle analisi come ulteriori anomalie dell’intera vicenda».
Molto rumore per nulla? Probabile. «Del resto», continuano i giudici di Torino, «anche dagli stessi atti di indagine emerge come su tali ipotesi siano state espresse ampie riserve e dubbi anche dalla p.g. e dai pm stessi, che hanno ripetuto con esiti piuttosto deludenti gli accertamenti grafologici con un proprio CTU (per ora condotti su fotocopie di atti sottoscritti, quindi prive di elementi come la pressione della penna o viziate da alterazioni grafiche della stampa), in larga parte sminuendo gli esiti della perizia di parte». (riproduzione riservata)