Nella grande saga dell’eredità Agnelli c’è un filone giudiziario apparentemente minore rispetto alla causa civile sulla successione di Marella Caracciolo (e dello stesso Avvocato) e all’inchiesta penale avviata dalla procura di Torino su presunti reati fiscali legati all’effettiva residenza della vedova di Gianni Agnelli, in Italia o in Svizzera. Ma può rappresentare un grimaldello per la demolizione dei passaggi che hanno portato John Elkann a essere il controllore con il 60% della Dicembre, la società semplice al vertice dell’impero Exor, con i fratelli Lapo e Ginevra al suo fianco con il 20% a testa.
Il filone giudiziario è quello relativo alle modalità di iscrizione dei soci della Dicembre al registro delle imprese. Per quasi vent’anni quella società creata nel 1984 che custodisce il tesoro della dinastia Agnelli-Elkann è rimasta avvolta nel mistero: niente atti costitutivi, segreto sui titolari e le loro quote, nessun bilancio. Nel 2021, dopo una serie di istanze alla Camera di Commercio e al tribunale di Torino, Margherita Agnelli de Pahlen, figlia di Gianni e Marella e madre di John, Lapo e Ginevra Elkann - i tre eredi designati dalla nonna - è riuscita a far depositare alcuni documenti che hanno fatto luce sui soci della società semplice, e su come lo siano diventati negli anni. Ma qualcosa, secondo Margherita, non è come dovrebbe, nella forma degli atti oltre che nella sostanza.
Un primo ricorso era riuscito nel luglio 2022 a far cancellare la titolarità di socio ai tre figli, con l’effetto paradossale di far tornare la società in mano ai precedenti soci, che però erano morti da tempo: la stessa Marella Caracciolo, Cesare Romiti e Gianluigi Gabetti. Per alcuni giorni la Dicembre S.S. fu in mano a dei fantasmi. Immediata la corsa ai ripari da parte di John Elkann: venne depositata la declaratoria del notaio Remo Morone che il 30 giugno 2021 aveva attestato i vari passaggi delle quote della società, fino a quelli da Marella ai tre nipoti Elkann, facendoli ritornare nel giro di una settimana al vertice della catena societaria dell’impero.
Tutto risolto? Assolutamente no, secondo Margherita, che con il suo avvocato Dario Trevisan ha avviato un nuovo fronte legale, proprio sugli atti firmati dal notaio Morone, che si è concluso venerdì 26 aprile.
La questione verteva su un aspetto formale, ma che diventa rilevante anche alla luce della causa in corso sempre a Torino per l’annullamento dei testamenti svizzeri di Marella Caracciolo e dell’accordo successorio e del patto transattivo del 2004 con i quali Margherita aveva rinunciato all’eredità paterna e a quella futura materna in cambio di 1,3 miliardi di euro, salvo poi nel 2007 contestare quei patti per l’esistenza di un tesoro estero dell’Avvocato che le sarebbe stato occultato.
Proprio quel tesoro custodito all’estero è al centro dell’inchiesta della procura di Torino per concorso in frode fiscale e truffa ai danni dello Stato che vede indagati John Elkann, il commercialista Gianluca Ferrero e il notaio svizzero Urs von Grünigen.
Semplificando molto, la questione formale è che gli atti alla base della titolarità di socio depositati in Camera di Commercio non sono stati presentati in originale o con una copia conforme all’originale; il notaio ha attestato che sono «conformi al documento esibito»: per Margherita questo è un punto, in quanto servirebbero per legge un documento originale o una copia autenticata, non invece una semplice fotocopia. Da qui un nuovo ricorso al tribunale del registro di Torino. Che stavolta ha dato torto a Margherita.
Secondo il giudice del Registro Enrico Astuni non tocca alla Camera di Commercio verificare i documenti presentati: «Il controllo del conservatore non viene integralmente eliso ma ricondotto al solo controllo formale essendo, invece, il controllo qualificatorio e di legittimità già necessariamente svolto dal notaio rogante o che ha autenticato la scrittura privata».
Insomma, se c’è qualche problema con i documenti, bisogna prendersela con il notaio che ha compiuto l’atto cosiddetto «ricognitivo» dell’attuale assetto sociale da parte dei tre soci Elkann che, nella prassi delle società semplici, «assolve da un punto di vista funzionale alla carenza del titolo». Cioè va bene ai fini dell’iscrizione alla Camera di Commercio dei soci «superstiti» ma «non sostituisce il titolo originario, dal quale soltanto deriva l’esistenza del diritto riconosciuto».
Ma la questione è destinata a restare aperta. Il giudice riconosce che «dall’atto notarile ricognitivo, le tre scritture 19.5.2004 (quelle del passaggio delle quote da Margherita a Marella nell’ambito degli accordi successori, ndr) risultano prive di autentica, oltre che prive di registrazione e fissato bollato. Le stesse scritture … risultano munite di una ‘attestation et légalisation de signatures’ datata ‘19 mai 2004’ da parte di un fantomatico notaio ginevrino, il cui nome sul sigillo non è leggibile per intero (forse ‘Etienne A. Jeandit’) e la cui firma in calce è uno scarabocchio semplicemente illeggibile». Inoltre «l’autentica è priva di valore giuridico in Italia, non essendo munita di apostille in base alla Convenzione dell’Aja» del 1961, «né legalizzata da un console italiano».
Tuttavia finché non ci sarà una sentenza che affermi il contrario, i tre Elkann sono gli unici eredi di Marella e Margherita non è socia della Dicembre. L’ufficio del Registro può solo prendere atto di tutto ciò, se c’è un notaio che lo afferma sotto propria responsabilità. Ma, come filtra da ambienti vicini a Margherita, neanche questa partita può dirsi chiusa: un ricorso in appello, e forse anche contro il notaio rogante, potrebbe essere presentato. Da ambienti legali vicino ai tre fratelli Elkann emerge invece soddisfazione per il provvedimento. (riproduzione riservata)