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Enrico Mentana: ecco come sarà la notizia del futuro
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Enrico Mentana: ecco come sarà la notizia del futuro

22 aprile 2024, 02:18

Dalla Rai lottizzata alle news in tempo reale via social passando per la rivoluzione della Fininvest di Berlusconi: così è cambiata negli ultimi 35 anni e (forse) si evolverà l’informazione in Italia | Berlusconi, in trent’anni incassati oltre 2 miliardi di dividendi Fininvest. Il ruolo di Mediaset

Figlio e padre d’arte, nel 1980, appena venticinquenne, entra nella redazione Esteri del Tg1. Undici anni dopo il passaggio a Fininvest, dove nel gennaio ‘92 fonda il Tg5. Nel 2009 la rottura con il Biscione dopo le frizioni sulla mancata messa in onda della puntata di Matrix sul caso Englaro e il passaggio, l’anno seguente, a La7, dove ancora oggi dirige il telegiornale della sera e maratone elettorali diventate leggendarie. Nel 2018 fonda il giornale online Open e, nel 2022, il mensile di geopolitica Domino.

Domanda. Enrico Mentana, 35 anni fa, il 18 aprile 1989, MF-Milano Finanza debuttava nelle edicole. Pochi mesi prima lei era diventato vicedirettore del Tg2: com’era il mondo dell’informazione in quell’89?

Risposta. Il 1989 è l’anno fatale del secolo scorso, il momento in cui tutto si scongela: il crollo del Muro di Berlino, la fine dell’Urss, l’inizio di una nuova era che porterà alla globalizzazione e che richiederà un’informazione diversa, più irriverente e meno paludata, dal punto di vista sia economico che politico. Una tendenza che si sarebbe accentuata con la fine della Prima Repubblica, che sarà certificata tre anni dopo da Tangentopoli. Fu l’apogeo di un sistema che, con la vittoria dell’Occidente sul comunismo, ci mostrò che tanti equilibri erano fragili e che si poteva ricominciare a fare intrapresa investendo nella finanza e guardando ai mercati in modo diverso. Tutto questo è stato intercettato da MF-Milano Finanza. Fu anche la fine di una stagione giornalistica: non è un caso che proprio nel passaggio tra gli anni ‘80 e gli anni ‘90 cambiò anche lo scenario dei direttori dei giornali con una cesura generazionale che comportò l’arrivo di molti giovani. Messi alle spalle gli Anni di Piombo, la solidarietà nazionale e il craxismo, si andava verso equilibri nuovi, con un’Italia e una Milano più ricche e coscienti di sé ma anche bisognose di punti di riferimento.

D. Gli ‘80 sono stati anni di grande fermento per la televisione. E, quando si parla di televisione di quel periodo si parla di Silvio Berlusconi, che tra l’80 e l’84 raccolse sotto le insegne della Fininvest Canale 5, Italia 1 e Rete 4. I telegiornali arriveranno a stretto giro: il Tg4 e Studio Aperto nel ‘91 e il Tg5 nel ’92 grazie a lei.

R. Tutto nasce dal cambiamento politico e tecnologico. Si andava verso una stagione nella quale satelliti e parabole irrompevano dando vita a una rivoluzione nella comunicazione. L’origine storica della spallata al monopolio Rai fu la legge Mammì che obbligava le reti private a fare informazione: questo portò alla nascita dei telegiornali Fininvest e a un maggior pluralismo.

D. Sono, quelli, anche gli anni della prima maratona televisiva: nel giugno del 1981 la Rai diede vita a una diretta di 18 ore da Vermicino con milioni di italiani col fiato sospeso per conoscere le sorti di Alfredino Rampi. Lei oggi è campione di maratone, ma all’epoca si trattò di un’autentica novità.

R. In realtà è un genere che c’è sempre stato. Si pensi alle trasmissioni-fiume sulle elezioni. Le prime maratone elettorali alle quali assistevo da junior partner, prima che nascessero le proiezioni, erano lunghissime attese dei primi risultati: fino a che questi non arrivavano si parlava per ore dell’affluenza. Erano trasmissioni che esigevano un racconto lungo e paludato, nelle quali si cercava di sintonizzare l’interesse con la necessità di inserire ingredienti che agevolassero questo lungo percorso di accompagnamento verso il momento dei risultati.

D. Gli anni ‘80 si erano aperti all’insegna della trasformazione anche per la Rai, con la nascita, nel dicembre ’79, del terzo canale che in nome della lottizzazione venne affidato al Pci mentre la prima rete era appannaggio della Dc e la seconda del Psi. Lei, che ha vissuto dall’interno quella fase, avvertiva la presenza della politica?

R. La politica era l’elemento fondante dell’informazione televisiva. A quell’epoca si sapeva benissimo che comandavano le forze politiche, era una situazione accettata da tutti. Democrazia Cristiana, Partito Socialista e Partito Comunista rappresentavano la stragrande maggioranza dell’elettorato, quindi avere una rete a testa era considerato un atto di pluralismo. La politica considerava il servizio pubblico televisivo un elemento di gestione del consenso attraverso l’informazione: quando cambiavano i leader politici, cambiavano le direzioni dei telegiornali. L’editore della Rai erano il governo tramite il ministero dell’Economia e il Parlamento attraverso la commissione di Vigilanza. Quel sistema Rai-centrico garantiva un co-controllo dell’informazione televisiva, che non è mai cessato ma che non ha mai impedito l’emergere di straordinarie professionalità. Ho lavorato in Rai 11 anni e ricordo bene il condizionamento e l’auto-condizionamento: tuttavia la libertà era l’elemento prevalente per chi lavorava lì dentro. Con la fine della Prima Repubblica si ebbe una lunga stagione di libertà, seguita da una ripresa del controllo da parte della politica. Oggi viviamo una fase di polarizzazione che è richiesta in qualche misura dallo stesso spettatore.

D. Con la diffusione del digitale terrestre, di Internet e dei social l’informazione si è atomizzata: è stato un bene o un male?

R. Né un bene né un male: è un fatto inevitabile, è il mondo che cambia. Così come hanno portato gli haters e la delegittimazione, i social hanno portato anche a una maggiore e più rapida diffusione delle idee: ogni fenomeno ha i suoi pro e i suoi contro. Questa nuova dinamica destruttura il rapporto tra chi fa informazione e chi ne fruisce. Per chi fa i giornali è un limite fondamentale: i tempi di realizzazione di un quotidiano saranno sempre scavalcati da quanto può essere acquisito in tempo reale. Quindi cambia necessariamente la natura del prodotto giornalistico.

D. Assunto che il tablet ha ormai in parte soppiantato l’edicola, negli ultimi mesi assistiamo a un rinnovato interesse da parte dell’imprenditoria per i giornali: Angelucci ha creato un polo di area centrodestra, mentre Aponte ha acquisito il Secolo XIX. Dall’altro lato, gli Elkann dismettono il loro bouquet per dedicarsi ad altro.

R. A mio avviso, si sta facendo una politica di brand più che di prodotto. Il prodotto «giornale» sta vivendo una transizione verso un punto di arrivo che non si conosce bene, non si sa quali saranno le modalità di fruizione. Ma nel frattempo ci si tiene stretto il marchio, che ha un valore aggiunto. Su quale device si leggerà il prodotto, è una cosa che si vedrà: ma a rimanere letto sarà quel brand che dà quel tipo di notizie. Finché si daranno notizie si continuerà a essere punto di riferimento, che si scriva sulla carta igienica o su un tablet. Il giornalismo è basato sulla capacità di dare e fare notizia. Il vero problema oggi è che tutto è copiabile: per il momento la correttezza è lasciata al fair play, in futuro non si sa.

D. Come si immagina il mondo dell’informazione tra 35 anni?

R. Impossibile da dire. Trentacinque anni fa vidi per la prima volta un fax in funzione e mi sembrava il futuro: se lo rivedessi ora, mi sentirei come un giovane davanti a un grammofono. Oggi tutto è dominato dallo smartphone, con cui si può fare ogni cosa, da guardare una partita a seguire in tempo reale le quotazioni di borsa. Si potrebbe essere portati a pensare che sia un punto di arrivo, ma magari fra 35 anni anche quello smartphone ci sembrerà un grammofono. Fattori come l’intelligenza artificiale sembrano destinati a stravolgere tutto. Quando ero bambino c’era Superman – per noi Nembo Kid – che rappresentava il futuro: l’amico Jimmy Olsen comunicava tramite un orologio, come anche James Bond con tutte quelle diavolerie inventate dai servizi segreti inglesi per sconfiggere la Spectre. Oggi è tutto modernariato. L’innovazione è imprevedibile per definizione: non sappiamo come andrà a finire, siamo in una fase di mille transizioni. Non sappiamo se ci saranno le democrazie fra 30 anni, figuriamoci se possiamo immaginarci come sarà l’informazione nel 2059. (riproduzione riservata)



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