Nel 2024 Eni ha versato 8,4 miliardi di euro nei Paesi in cui estrae petrolio e gas, un flusso di pagamenti nel quale confluiscono tasse, diritti di produzione, royalty, dividendi, premi di firma, di scoperta e di produzione, sia cash che in natura. La cifra è inferiore di circa 600 milioni rispetto a quella del 2023, quando il gruppo guidato dall’ad Claudio Descalzi aveva pagato complessivamente quasi 9 miliardi di euro. La voce più alta è rappresentata dalle imposte, che superano i 5,2 miliardi di euro, seguita a parecchia distanza dai premi di produzione, a oltre 1,6 miliardi di euro. La terza voce di spesa corrisponde invece alle royalty, che sfiorano quota 1,3 miliardi di euro. Rispetto ai 35 Paesi nei quali Eni svolge attività di esplorazione, la Relazione sui pagamenti ai governi appena pubblicata ne prende in considerazione 24, dall’Algeria al Turkmenistan. Ma le cifre del riflettono anche una nuova configurazione di mercato per il Cane a sei zampe. Le principali variazioni nel perimetro di consolidamento riguardano la finalizzazione della business combination con Neptune Energy, che ha portato all’acquisizione di attività principalmente in Indonesia, Regno Unito e Paesi Bassi, e il perfezionamento dell’aggregazione con Ithaca Energy, che ha messo insieme gli asset oil & gas nel Regno Unito. In uscita, invece, ci sono da segnalare la vendita di Naoc (Nigerian Agip Oil Company) e la cessione di proprietà in Alaska.
Guardando alla classifica, Libia, Emirati Arabi e Algeria si confermano in testa, con versamenti che superano il miliardo di euro per ciascun Paese. Sul podio il gradino più alto è occupato dalla Libia, con oltre 1,9 miliardi di euro, sebbene in calo dai 2,2 miliardi di euro del 2023. È sempre la joint venture Mellitah a coprire quasi da sola l’intero esborso nel Paese: nel 2024 le imposte che la riguardano hanno registrato quasi 1,6 miliardi di euro e le royalty oltre 210 milioni per un totale di 1,78 miliardi di euro.
La medaglia d’argento va agli Emirati Arabi, con 1,14 miliardi di euro. Bronzo all’Algeria, che con uno scatto a circa un miliardo di euro stavolta supera di parecchie lunghezze l’Egitto, che non va oltre i 731 milioni, in gran parte riferiti allo sviluppo di Shorouk, costato da solo circa 408 milioni in imposte. Nel 2023 fra i due Paesi c’era stato un testa a testa, con l’Egitto avanti per una manciata di milioni. I progetti algerini del sorpasso comprendono gli sviluppi di Berkine Sud e Nord, i blocchi 401, 402, 403, 404 e 405 e un lungo elenco di altri giacimenti.
Seguono, sempre con volumi variabili da 500 milioni di euro a un miliardo, Indonesia e Nigeria. Quest’ultima si è fermata a circa 500 milioni di euro perché Eni ha contabilizzato i pagamenti dovuti per Naoc fino ad agosto 2024, quando ne ha ceduto il controllo.
Sull’Indonesia, invece, è bene soffermarsi non solo perché i pagamenti hanno raggiunto i 917 milioni di euro dai 724 del 2023, per i progetti di East Sepinggan, Jangkrik, West Seno, Gendalo, Bangka e Gehem, ma anche per un’altra ragione: gli asset locali di Eni sono oggetto di un accordo con Petronas per la creazione di una nuova società satellite dell’upstream.
In Italia il Cane a sei zampe ha pagato 171,5 milioni di euro, in netto calo rispetto ai 273 milioni del 2023, per le attività che riguardano Val d'Agri, Sicilia, l’offshore dell’Adriatico e dello Ionio. Al Mef sono andati circa 70 milioni dai 104 milioni dell’esercizio precedente. L’Italia figura tra i cinque Paesi compresi nella soglia 250-50 milioni con Tunisia, Turkmenistan, Regno Unito e Costa d’Avorio. (riproduzione riservata)