Sarà il meccanismo della Rab, Regulatory Asset Base, a definire il modello di mercato per il trasporto e stoccaggio della Co2, al centro dell’accordo che lega Eni e Snam nel progetto Ccs di Ravenna. L’applicazione della Rab – utilizzata abitualmente per i servizi infrastrutturali regolati dei settori gas ed elettrico – garantisce il ritorno degli investimenti concertati con l’Arera, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente, riconoscendo in tariffa il valore del capitale impiegato. Seguendo questo modello, la tariffa sarà pagata dagli emettitori, imprese energivore quindi, che conferiranno la Co2 alle infrastrutture di trasporto e stoccaggio, e che allo stesso tempo potranno beneficiare di incentivi. Tra le varie opzioni sul tavolo, la Rab è quella che più ha convinto il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica.
Una buona notizia per i due gruppi quotati, e forse ancora di più per Eni che, per valorizzare il business della cattura e stoccaggio della Co2, ha creato addirittura una nuova società satellite, Eni Ccus Holding, assicurandosi un socio del calibro di Gip (Global Infrastructure Partners) in quota a Blackrock.
Il fondo ha firmato il 18 agosto l’accordo per entrare con una quota del 49,99% e al momento si è in attesa del closing. Ma c’è anche un altro aspetto. Per il Cane a sei zampe, ottenere la Rab significherebbe veder riconoscere agli asset di Ravenna lo stesso status attribuito alle sue attività di Ccs nel bacino di Liverpool e a quelle olandesi: una continuità regolatoria che armonizza la gestione della newco.
I tempi ci sono: il 30 giugno 2025, il Consiglio dei ministri ha approvato la legge delega per la regolazione dell’intera filiera Ccs, conferendo al governo il compito di definire, entro 12 mesi, i decreti attuativi per disciplinare le attività di trasmissione e stoccaggio che dovranno essere regolate da Arera «con criteri di accesso trasparenti, tariffe certe e standard tecnici definiti». Saranno necessari anche una nuova norma e altri decreti per definire gli incentivi agli emettitori di Co2, ma l’obiettivo è unico: consentire di raggiungere le cosiddette Fid, le decisioni finali di investimento con gli operatori di trasmissione e stoccaggio, così che si possano avviare le operazioni per arrivare, entro il 2030, a 4 milioni di tonnellate annue di capacità nei giacimenti ormai esauriti al largo di Ravenna, convertiti in depositi. Una successiva fase di espansione prevede di sfruttare anche altri giacimenti limitrofi, con l'obiettivo di raggiungere una capacità di iniezione fino a 16 milioni di tonnellate annue dal 2040.
Del varo degli investimenti beneficerà anche la newco. A Fid ottenuta, infatti, Eni Ccus Holding potrà esercitare il diritto di acquisire il 50% detenuto da Eni nel progetto Ccs Ravenna, allargando il suo portafoglio di asset che al momento comprende i progetti in Gran Bretagna di Liverpool Bay (un'iniziativa cardine del cluster industriale HyNet, con un quadro regolatorio e commerciale già definito e un piano di finanziamento in essere) e Bacton, oltre al progetto L10-Ccs in Olanda. (riproduzione riservata)