Non manca mai, nella vita di ogni governo, un momento più complicato. Una fase in cui le cose, per sfortuna o per errori, non vanno per il verso giusto. O semplicemente non vanno come vorrebbero le intenzioni di chi occupa la stanza dei bottoni. Quel momento è arrivato anche per il governo Meloni.
I critici diranno che non è il primo, e forse è vero. Ma è il primo nel quale si percepisce un profondo disorientamento. Come se la maggior parte dei pensieri fosse assorbita da qualcosa che non riguarda l’ordinaria azione di governo, ma i destini politici della maggioranza. E non è certamente l’effetto del divorzio fra Matteo Salvini e Roberto Vannacci che qualche soprassalto nella coalizione l’ha senza dubbi provocato. La causa è un’altra. I sondaggi sul referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, quando gli italiani dovrebbero decidere se promuovere o bocciare la separazione delle carriere dei magistrati ordinari, sono sempre più preoccupanti per il centrodestra. E siccome un esito infausto potrebbe lasciare strascichi pesanti sugli equilibri politici, il nervosismo è palpabile.
Dunque è perfino comprensibile (ma non giustificabile) che molte cose in agenda passino in secondo piano. Anche se non sono cose di poco conto. Per dirne una, fra quattro mesi o poco più scade il termine per le opere del Piano nazionale di ripresa e resilienza, e servirebbe la massima concentrazione. Poi c’è l’economia che, a dispetto delle dichiarazioni di volta in volta trionfalistiche a proposito dei dati sull’occupazione, non va bene. Nonostante la valanga dei soldi europei del Pnrr la stagnazione è un dato di fatto. La produzione industriale, che non ha mai attraversato un periodo tanto lungo di debolezza, non dà segni di risveglio. Quel che più fa pensare è che non sembra ci siano idee chiare per uscire da questa situazione.
È forse soprattutto per non dare la sensazione che si stia girando a vuoto in attesa del verdetto del referendum che l’esecutivo ha sfornato un decreto per calmierare il costo dell’energia. Ma anche questo, al pari della selva dei provvedimenti di rinvio delle scadenze che arriverà con il cosiddetto Milleproroghe, non è che un pannicello caldo.
Le famiglie italiane pagano bollette fra le più care d’Ue, ma senza avere i redditi fra i più alti del continente, ed è un problema serio per la tenuta sociale. Anche le nostre aziende sopportano costi dell’energia in molti casi insostenibili, capaci di mettere a dura prova la competitività del sistema industriale. È oggi una delle ragioni principali di debolezza delle imprese.
Fa impressione il confronto con altri Paesi dell’Unione. Per esempio la Spagna. Qualche mese fa il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez ci ha fatto arrossire, utilizzando in un discorso pubblico l’Italia come termine di paragone negativo: «Il prezzo dell’energia non è più una zavorra per la competitività, ma un vantaggio per la nostra industria. Sappiate che oggi in Spagna il prezzo all’ingrosso è la metà di quello dell’Italia».
Non ha esagerato: lo dicono chiaramente anche le statistiche ufficiali. Secondo Eurostat le imprese italiane pagano l’elettricità il 40,8% più delle spagnole. Il dato è del primo semestre 2025, ma riflette uno stato di cose strutturale. Va meglio con il gas, anche se un divario dell’11,8% non fa sorridere.
La differenza è abissale, e si vede anche nelle bollette delle famiglie spagnole, che pagano mediamente luce e gas rispettivamente il 18,3 e il 30,7% in meno di quelle italiane. Ma la Spagna copre quasi il 60% dei consumi lordi di energia elettrica con le rinnovabili, contro poco più del 40% dell’Italia. Senza però gli incentivi folli riconosciuti ai nostri produttori.
E qui sta il nodo. Quanto si potrà tirare ancora avanti con uno sconticino di tanto in tanto per nuclei familiari meno abbienti e aziende, senza andare alla radice della faccenda? Sempre Eurostat ci dice che dal primo semestre 2005 al primo semestre 2025 il prezzo dell’energia elettrica per le imprese italiane è aumentato del 110%, che significa una crescita in termini reali di oltre il 67%. Appena meglio è andata ai consumatori domestici, per i quali la bolletta elettrica è salita del 71%, cioè del 28% circa in termini reali nello stesso lasso di tempo, dimostrando che la liberalizzazione dell’energia fatta in questo modo ha avuto effetti esattamente contrari a quelli immaginati. Anche in considerazione del fatto che vent’anni fa la dipendenza da fonti fossili era decisamente superiore per il contributo all’epoca molto inferiore all’attuale delle rinnovabili.
In questa situazione le riduzioni per famiglie e imprese servono davvero a poco. C’è bisogno di interventi strutturali. E soprattutto una politica energetica degna di questo nome, riducendo drasticamente rendite di posizione inaccettabili (innanzitutto quelle garantite alle rinnovabili) e di conseguenza la speculazione, eliminando insieme certe assurdità fiscali (come l’Iva sulle imposte) che mandano in orbita i costi. Ma ci vogliono competenza e coraggio. Merci rare. (riproduzione riservata)