
Eni, Enel, Snam e Terna: sono queste alcune delle aziende partecipate dallo Stato che potrebbero beneficiare della ristrutturazione del Pnrr da parte dell’Esecutivo guidato da Giorgia Meloni.
Il Next Generation Eu (che in Italia vale 191,5 miliardi) sta infatti incontrando diversi ostacoli lungo la sua implementazione. Il piano è, però, fondamentale per la crescita economica del Paese viste le stime di impatto sul Pil pari al 3,6% per il 2026. Nella nuova formulazione, pertanto, si cercherà di porre rimedio ai vizi che affliggono il programma attuale: frammentazione degli obiettivi in progetti che mancano di massa critica e risorse della pubblica amministrazione non adeguate.
Secondo Dbrs Morningstar, una delle direzioni in cui il governo si starebbe muovendo è quella di trasferire alcune delle risorse dal Next Gen Eu al piano europeo varato per rispondere alle necessità di indipendenza energetica: il RePower EU (Rep). Questo cambiamento, combinato con un’estensione dei termini di completamento delle opere, comporterebbe «più investimenti attraverso le aziende Italiane in cui il governo ha una maggiore quota» come quelle di produzione e di distribuzione dell’energia elettrica. Queste società, secondo gli analisti, hanno anche esperienza nella gestione degli investimenti e potrebbero aiutare la premier Meloni a recuperare i giorni di ritardo accumulati. Ecco perché e quali utilities potrebbero ricevere i maggiori benefici dall’adattamento del piano secondo Dbrs.
Approvato nel 2021, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sta già incontrando alcune difficoltà.
Un esempio sono gli studentati: per fine 2022 era previsto di aggiungere 7.500 posti letto a fronte di 576 mila studenti mobili presenti nel Paese. L’obiettivo, che non è stato raggiunto, sarà invece accorpato al traguardo finale di 60mila posti letto universitari in più da ottenere entro l’estate 2026. Questa mancanza è stata uno dei motivi che hanno portato al ritardo di oltre 7 mesi del pagamento della terza rata del Pnrr e che l’ha fatta diminuire di 519 milioni di euro (saranno, però, versati con il quarto assegno)
Gli analisti di Dbrs riconducono le difficoltà nell’implementazione del Pnrr a diversi fattori, non tutti sotto il controllo delle politiche dell’esecutivo. Secondo gli esperti il primo è l’inflazione «che sta forzando una revisione dei costi inizialmente pianificati». Il tema dell’aumento dei prezzi è stato avvertito anche dai piani relativi al Next Generation EU di altri paesi.
Gli altri fattori sarebbero «ostacoli burocratici» combinati con «una mancanza di lavoro con le skill adeguate sia a livello amministrativo che in settori chiave come l’edilizia e la manifattura». La formazione risulta particolarmente cruciale secondo l’agenzia di rating che ricorda come, in alcuni Comuni, ci siano da allocare fondi «pari a tre volte l’usuale budget annuale». Occorre anche tener conto della frammentazione dei progetti del Pnrr: dalla Terza Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza si apprende che l’87% dei progetti hanno fondi per meno di un milione di euro.
Le attuali disposizioni stanno, quindi, provocando un rallentamento della messa a terra delle risorse del Pnrr che Dbrs riassume con il seguente grafico:
A febbraio 2023 gli analisti riportano come l’Italia abbia speso solamente «25,7 miliardi (il 13,4% dei 191,5 miliardi totali), ben al di sotto de 47,2 miliardi pianificati per la fine del 2022 nelle previsioni del patto di stabilità dell’Aprile 2021».
Secondo l’agenzia di rating il governo italiano starebbe contrattando con la Commissione Europea per «sbloccare i fondi ed evitare il rischio di ritardi futuri» con le aspettative per la presentazione di un piano aggiornato per agosto 2023. La revisione dovrebbe comprendere un rilassamento dei 527 «targets» stabiliti e «il piano del governo per trasferire parte dei fondi non usati del Pnrr al RePower EU».
Il RePower Eu è un piano di dimensioni molto più contenute rispetto al Next Gen Eu. Si tratta di fondi per 20 miliardi di euro – di cui la quota italiana è pari a 2,76 miliardi - destinati a risparmiare energia, produrre elettricità pulita e diversificare l’approvvigionamento energetico. I capitali sono stati allocati in seguito allo shock energetico causato dall’invasione in Ucraina da parte della Russia di Putin e gli obbiettivi godono di una maggior flessibilità temporale con alcuni termini fissati per il 2029 (rispetto al 2026 del Pnrr).
Secondo Dbrs i benefici del passaggio da uno schema all’altro sarebbero diversi: in primo luogo «l’Italia potrebbe concentrarsi su un gruppo di processi meno frammentato» e in secondo luogo i termini di completamento dei progetti sarebbero più flessibili.
Un passaggio dal Pnrr al Rep «porterà probabilmente a un aumento della spesa in infrastrutture e in progetti di produzione di energia» e questo è uno sviluppo positivo per «aziende energetiche e le utilities». Si tratta di società «in cui generalmente lo Stato ha una partecipazione (direttamente e indirettamente) come Eni, Enel, Terna, e Snam Rete Gas». Gli analisti ritengono che queste aziende abbiano le conoscenze per «investire rapidamente ed efficientemente, aiutando il governo a ridurre i giorni di ritardo accumulati».
Dbrs sottolinea come fino a ora le aziende energetiche e le utilities abbiano ricevuto «una piccola frazione dei fondi del Pnrr. Enel e Terna risultano tra le prime interessate in questo ambito con 3,5 miliardi e un miliardo ricevuti rispettivamente».
Secondo gli analisti, le aziende energetiche e le utilities con una forte partecipazione statale come Eni, Enel, Snam e Terna potrebbero beneficiare dal trasferimento di risorse dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza al RePower EU e indicano come «questo potrebbe portare ad un aumento dei fatturati e dell’ebitda con implicazioni positive circa la loro posizione creditizia» (riproduzione riservata)