Twitter, ora nota come X corporation, ha appena citato in giudizio l’organizzazione non profit Center for Countering Digital Hate (di seguito Ccdh). Le accuse dell’azienda di Musk sono pesanti: l’organizzazione sarebbe finanziata da competitor commerciali e avrebbe preso parte a campagne diffamatorie producendo articoli basati su dati ai quali non avrebbe dovuto avere accesso, con l’obiettivo di spaventare gli inserzionisti e contrastare la libertà di espressione.
La denuncia chiama in giudizio anche i «doe defendant», accusati ignoti che avrebbero finanziato e supportato il Ccdh. Ecco cosa si apprende leggendo gli atti.
La denuncia di Musk non lascia spazio a interpretazioni: nella fase introduttiva gli avvocati della piattaforma di social media definiscono il Ccdh come un’organizzazione attivista «mascherata come una agenzia di ricerca», finanziata e supportata da «organizzazioni e individui non noti» e, potenzialmente, «governi nazionali con legami con media tradizionali». Secondo i legali, Ccdh si sarebbe imbarcata «in campagna di paura (nelle carte una «scare campaign») volta ad allontanare gli inserzionisti da Twitter.
Ccdh avrebbe agito in questo modo per ottenere dati protetti di X corporation che in seguito avrebbe manipolato per poter fare riferimento a una base statisticamente rilevante a supporto delle accuse.
Secondo la denuncia, la condotta di Ccdh non sarebbe «nulla di nuovo» e l’obiettivo sarebbe di «censurare un ampio range di punti di vista, diffusi sui social media, con cui non è d’accordo».
I legali di X affermano che gli sforzi di Ccdh si basano su «ottenere e mal interpretare i dati nei report di ricerca che prepara». Questo per dipingere un quadro in cui poche organizzazioni e individui inondano le piattaforme social con contenuti che Ccdh ritiene dannosi.
Il secondo passaggio nel modus operandi di Ccdh, stando sempre alle carte, sarebbe quello di usare gli articoli prodotti per richiedere che tali entità vengano rimosse della piattaforme social. Questo per limitare la diffusione di pareri controversi in ambiti «ampiamente dibattuti come i vaccini per il Covid 19, i diritti riproduttivi e il cambiamento climatico». In questo modo, secondo gli avvocati, Ccdh vuole evitare la proliferazione di un dibattito pubblico e l’accesso agli strumenti che permettono la libera espressione «in favore di una echo-chamber conforme ai punti di vista preferiti dal Ccdh».
Anche per le conseguenze dei report di Ccdh, gli avvocati di Musk non usano mezzi termini. Nella denuncia si legge «in riposta diretta agli sforzi di Ccdh, alcune aziende hanno sospeso gli investimenti pubblicitari su X (Twitter)». L’ammontare del danno sarà quantificato con precisione a processo, ma in ogni caso il petitum sarà «pari a decine di milioni».
Le accuse non si fermano qui: secondo la denuncia «la campagna di paura verso gli inserzionisti globali è un tentativo di soffocare la libertà di parola su Twitter».
Per quanto riguarda i finanziatori di Ccdh, Twitter, nella denuncia, riporta che «un senatore degli Stati Uniti ha definito Ccdh un gruppo di fondi esteri opachi» (l’espressione utilizzata nelle carte è «foreign dark money group»). Twitter -si apprende dalla causa- si impegna a perseguire anche questi individui, motivo per cui cita in giudizio i «doe defendant», ossia gli accusati ignoti la cui identità si apprenderà nel corso del processo.
We help the world’s largest brands better understand and shape their brand impact. Recently, we were cited in an article about brand relevance that relied on incomplete and outdated data. It contained metrics used out of context to make unsubstantiated assertions about Twitter. — Brandwatch (@Brandwatch) July 20, 2023
Le accuse di Twitter, nel concreto, riguardano anche come Ccdh avrebbe ottenuto i dati usati per fabbricare i suoi report. Si legge nella denuncia che «in numerose occasioni, a partire da marzo 2021, Ccdh avrebbe intenzionalmente cercato e ottenuto accesso non autorizzato a dati su Twitter che l’azienda californiana fornisce a Runtime Collective ltd, nota per il prodotto Brandwatch».
Brandwatch è un prodotto venduto mediante la formula software-come-servizio (software-as-a-service o saas) alle imprese, per monitorare la loro presenza social attraverso dati discreti e aggregati. Il prodotto ha accesso a informazioni più sofisticate rispetto alle piattaforme basate sulla raccolta di dati pubblici o comunque ottenibili mediante la ricerca web. Brandwatch non avrebbe fornito i dati a Ccdh, che invece avrebbe convinto uno dei clienti della società a cedere delle credenziali di login. La stessa non profit ha infatti citato tra le fonti dei propri report Brandwatch, che ha invece preso le distanze da Ccdh.
L’ottenimento di dati a partire dalle informazioni pubbliche si chiama web scraping e, nel caso di Twitter, è vietato dai termini di servizio. Questa è un’ulteriore accusa mossa a Ccdh, che avrebbe quindi ottenuto i dati illecitamente sia attraverso BrandWatch sia mediante il web scraping.
Relativamente alle accuse mosse da X, il Center for Countering Digital Hate ha dichiarato che sostiene le sue ricerche e che l’azione giudiziaria intrapresa da Musk sarebbe una mossa «autoritaria». Il gruppo sostiene che il miliardario starebbe cercando di «nascondere la verità su i suoi fallimenti».
Qui il link per visionare l’atto presentato dagli avvocati di Twitter. (riproduzione riservata)