Ogni famiglia italiana spende più di 2.100 euro per comprare i libri per i propri figli che frequentano le scuole medie e il liceo. Nel dettaglio servono in media 580 euro per i tre anni di scuola secondaria di primo grado e 1.250 euro per i cinque anni della scuola secondaria di secondo grado. Questo emerge dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm) sull’editoria scolastica, condotta avvalendosi di un ampio confronto con vari soggetti, tra cui ministero dell’Istruzione e del Merito, editori e associazione di rappresentanza.
I prezzi crescono in linea con «l’inflazione, ma il calo del potere d’acquisto rende la spesa più gravosa», segnala l’Antitrust. E lo sconto sui tomi scolastici, attualmente la legge lo limita al 15% del prezzo di copertina, «riducendo la concorrenza e penalizzando i consumatori».
Numeri molto elevati che la manovra 2026 ha cercato di limare con un bonus dei libri di testo per le scuole superiori/liceali con Isee fino a 30 mila, con fondi statali di 20 milioni annui.
Le produzioni dell’editoria scolastica interessano ogni anno quasi 8 milioni di studenti e 1 milione di docenti mentre i protagonisti imprenditoriali del mercato sono nettamente inferiori: le case editrici Mondadori, Zanichelli, Sanoma e La Scuola che ne detengono complessivamente oltre l’80%. Un mercato «molto concentrato» segnala l’Antitrust.
Poche società gestiscono dunque il mercato dell’edilizia scolastica che vale circa 1 miliardo ogni anno, di cui 800 milioni per i tomi nuovi e circa 150 milioni per quelli usati. Ci sono infatti diversi «ostacoli a mercato dell’usato, comodato d’uso e noleggio Il mercato dell’usato potrebbe far risparmiare le famiglie degli studenti, ma è limitato» anche a causa delle attuali licenze digitali che «ostacolano la diffusione di alternative più economiche e sostenibili» scrive l’Agcm.
Nelle ultime fasi dell’indagine i principali editori hanno manifestato disponibilità a modificare queste condizioni per consentire una riattivazione delle licenze a costi ridotti, la stampa dei contenuti digitali e accessi più prolungati: l’Autorità auspica che tali soluzioni diventino standard nel settore e che si promuovano interventi istituzionali in tal senso.
Un altro problema, evidenziato dall’Antitrust, per i consumatori è l’elevato ricambio dei libri: oltre il 35% delle adozioni cambia al primo anno del nuovo ciclo scolastico di tre o cinque anni, «riducendo le possibilità di riutilizzo e penalizzando così famiglie con più figli o studenti ripetenti». E allo stesso tempo la produzione editoriale rinnova circa il 10% dei titoli ogni anno, con picchi legati a riforme di vario genere, per cui in cinque anni molti libri vengono sostituiti.
La decisione delle case editrici risponde a un codice di autodisciplina dell’Associazione italiana editori (Aie): l’articolo 25 recita che «un’edizione può dirsi nuova, se c’è una variazione dei contenuti del 20%». Un requisito «interpretabile in modo ampio e soggettivo, potendo comprendere anche le modifiche grafiche» segnala l’Agcm, precisando che ciò lascia spazio «a possibili condotte opportunistiche da parte degli editori».
Una soluzione, già proposta in passato dall’Authroity, sarebbe quella di separare i contenuti aggiornabili (esercizi, materiali integrativi) da quelli strutturali, così da poter riutilizzare le edizioni cartacee e aggiornare solo le componenti digitali tramite strumenti come i QR code. Non a caso, fino al 2013 esisteva anche una norma che bloccava le nuove adozioni per cinque anni, abrogata con la Riforma, perché si pensava che la transizione al digitale avrebbe già garantito risparmi sufficienti.
Eppure nelle scuole, nonostante i piani della riforma avviata nel 2012, le risorse digitali rimangono sottoutilizzate: oltre il 95% delle classi adotta libri in formato cartaceo+digitale, ma per la parte digitale risulta attivato solo il 16% delle licenze.
Per l’Agcm andrebbero potenziate anche «le risorse educative open source e autoproduzioni scolastiche che possono ridurre i costi a carico delle famiglie e stimolare l’innovazione, favorendo la personalizzazione dei percorsi educativi tramite nuovi strumenti di Intelligenza Artificiale». Ad oggi però «la normativa vigente e la mancanza di incentivi concreti ne limitano lo sviluppo e rendono improbabile, senza una revisione delle politiche al riguardo, che queste risorse possano affermarsi come un’alternativa competitiva all’editoria commerciale per stimolare un’effettiva concorrenza sui meriti». (riproduzione riservata)