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Ecco quanto i fondi di private equity fanno crescere i ricavi delle medie imprese in portafoglio
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Ecco quanto i fondi di private equity fanno crescere i ricavi delle medie imprese in portafoglio

02 ottobre 2025, 21:00

Lo studio: dopo due anni dall’ingresso degli operatori specializzati i fatturati delle medie imprese crescono in misura quasi tripla alle società simili ma non partecipate

Quando entra un fondo di private equity nel loro capitale le medie imprese italiane festeggiano. Non sono per l’aumento dei ricavi, ma anche per i maggiori margini e il minore indebitamento che la gestione degli operatori privati sono in grado di generare. Queste le evidenze di un report congiunto di Area Studi di Mediobanca, Aifi e Liuc Business School, presentato ieri a Milano, che si concentra sulle mid cap italiane oggetto di investimento dei fondi dall’inizio del secolo.

L’analisi ha riguardato 319 medie imprese manifatturiere a controllo italiano nelle quali hanno fatto ingresso fondi di private equity e altri investitori finanziari durante il ventennio che va dal 2001 al 2021. L’82,1% delle operazioni ha visto l’intervento di fondi chiusi, mentre nel 9,4% dei casi si è trattato di una holding di investimento. La parte restante ha coinvolto operatori di diversa natura, tra i quali club deal e family office. Le performance delle imprese oggetto dell’indagine sono state quindi confrontate con un campione di controllo.

I fondi trainano ricavi e occupazione

Cosa raccontano i risultati dello studio? Una prima leva che i private equity sono in grado di attivare è quella della crescita dei ricavi: nel biennio successivo all’ingresso dei fondi l’aumento medio del fatturato è del 25%, un valore quasi triplo rispetto al +9,2% delle imprese con caratteristiche simili che non hanno visto l’ingresso di un investitore finanziario.

La crescita non viene registrata solo nei bilanci, ma anche nell’occupazione: il numero di dipendenti aumenta del 17,6% contro l’1,6% del campione di controllo. Anche il totale degli attivi è soggetto a un’espansione marcata, con un +81,9% nel biennio che è quasi sei volte superiore alla crescita del 13,8% dalle imprese non investite dal private equity. Si tratta, evidenzia lo studio, «del risultato di una intensa campagna di investimenti che mira a dotare l’impresa target di asset coerenti con il proprio percorso di crescita».

Come i fondi scelgono le pmi

Lo studio analizza poi i criteri centrali di selezione delle imprese target da parte dei fondi. In particolare, ne vengono individuati tre: elevata marginalità, ridotto indebitamento ed elevata propensione all’export. Infatti, nell’anno precedente l’ingresso dell’investitore, le imprese target hanno conseguito un ebitda margin medio del 12,7%, ampiamente superiore all’8,5% delle imprese che non hanno visto, l’anno successivo, l’ingresso di un investitore. 

Non solo: sempre un anno prima dell’ingresso, le imprese target riportano un rapporto tra posizione finanziaria netta (la pfn) e l’ebitda mediamente inferiore a 1,5, anche in questo caso configurando un quadro più favorevole rispetto al rapporto di 3 volte caratteristico del campione di controllo. Ultimo, ma non meno importante: le imprese target prima dell’ingresso dei fondi hanno una spiccata propensione all’export che si traduce in rapporto tra esportazioni e fatturato totale pari al 48,5%, con scarto positivo nei confronti del 43% proprio delle pmi non partecipate.

Cosa rivelano queste cifre?

I private equity e gli investitori finanziari, spiega il rapporto, «operano uno scrupoloso screening delle imprese investibili, privilegiando quelle con profili economico-patrimoniali d’eccellenza». Ciò avviene lungo tre dimensioni: l’elevata profittabilità, lo spazio per un’ottimizzazione della struttura finanziaria attraverso una maggiore leva (che è funzionale a progetti di crescita) e, infine, una capacità di presidio dei mercati esteri.  (riproduzione riservata)



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