Per Nexi quella che si è chiusa venerdì 4 agosto non è stata una settimana incoraggiante. Il titolo è sceso di oltre il 10% a seguito della presentazione della semestrale in cui il mercato ha letto luci e ombre. Le principali voci di conto economico sono cresciute, con ricavi saliti dell’8,1% a 1,58 miliardi, ebitda a 771,8 milioni (+11,6%) e profitti passati da 273,1 a 295 milioni. I volumi sono aumentati in tutte le geografie, mentre le stime per l’intero 2023 prevedono uno sprint del fatturato del 7% e un +10% dell’ebitda rispetto al 2022.
Perché allora il crollo in borsa? Gli analisti hanno due spiegazioni. Da un lato il mercato potrebbe aver giudicato la crescita dei ricavi della divisione merchant più debole rispetto a quella dalla rivale Worldline (rispettivamente +10,8% e +13,5% nel secondo trimestre). Dall’altro lato, vista la stretta correlazione tra il business di Nexi e l’andamento del Pil, le incertezze macro possono aver destato qualche preoccupazione. «Il management di Nexi», hanno spiegato gli analisti di Mediobanca Simonetta Chiriotti e Alberto Nigro nell’ultimo report dedicato alla società, «è sembrato cauto sulle proiezioni dell'evoluzione futura dei volumi visto che, a seguito del rimbalzo post-Covid, la loro crescita sta convergendo a livelli normali ed è più correlata alle evoluzioni macroeconomiche». Nonostante questi segnali di prudenza, Nexi ha comunque confermato le stime per il 2023 e le traiettorie di crescita per il 2024.
Negli ultimi anni il settore paytech ha conosciuto brusche inversioni di rotta. In una prima fase ragioni congiunturali (politica monetaria espansiva), industriali (la spinta all'outsourcing delle divisioni acquiring delle banche) e tecnologiche (la progressiva ritirata del contante) avevano messo il turbo agli operatori, favoriti anche dal boom dei pagamenti digitali avvenuto nel corso della pandemia. A metà del 2021 però il contesto è cambiato, soprattutto per l’inversione di tendenza delle banche centrali. Considerato l'alto livello di leva di molti operatori, l'aumento dei tassi ha fatto precipitare le valutazioni che non si sono più riprese. In due anni per esempio il titolo Nexi ha bruciato il 62,4% del proprio valore, mentre il multiplo prezzo/patrimonio si è attestato a 0,77 volte rispetto a una media del settore di 1,03.
Oltre ai problemi del settore, il gruppo guidato da Paolo Bertoluzzo deve fare i conti anche con il debito. Se una leva elevata è un tratto distintivo del paytech, specie in presenza di private equity, nel caso di Nexi alla fine del terzo trimestre il multiplo debito finanziario netto/ebitda si attestava a 3,2 volte per un’esposizione netta di 5,4 miliardi. Una situazione sostenibile? Diversi analisti sono convinti di sì, sia per la tempistica delle scadenze che per i ricorrenti e solidi flussi di cassa della società. In ogni caso il management sta cercando di ridurre il fardello, come dimostra il trend degli ultimi trimestri. Una carta sul tavolo è quella delle cessioni: «mentre l'attuale appetito per operazioni m&a sembra basso», spiegano gli analisti di Mediobanca, «Nexi è focalizzata su alcune piccole cessioni come Nets Dbs, che potrebbe essere chiusa nelle prossime settimane e per la quale stimiamo un incasso di circa 80-100 milioni».
Ma soprattutto c’è la cassa: nella conference call della scorsa settimana il ceo Bertoluzzo ha annunciato che almeno 1,5 miliardi di cassa saranno riservati alla riduzione del debito, mentre i rimanenti 1,3 miliardi verranno dedicati alla remunerazione degli azionisti e al consolidamento. «Crediamo che queste indicazioni siano marginalmente più positive per gli obbligazionisti rispetto agli azionisti», commenta Gianmarco Bonacina nell’ultimo report di Equita su Nexi. Anche questa scelta insomma potrebbe spiegare le vendite scattate sul titolo dopo l’annuncio dei risultati. Tanto più che, in assenza di operazioni straordinarie in vista, oggi una politica più aggressiva in termini di dividendi e buyback potrebbe rivelarsi un volano molto efficace dei valori di borsa. (riproduzione riservata)