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Ecco perché alle aziende europee serve un mercato unico dei capitali. Parla Fabrizio Campelli, responsabile del cib Deutsche Bank
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Ecco perché alle aziende europee serve un mercato unico dei capitali. Parla Fabrizio Campelli, responsabile del cib Deutsche Bank

26 aprile 2024, 20:00

Le imprese devono imparare a diversificare le fonti di funding. Ma per farlo serve una capital market union. Parla Campelli, responsabile del cib di Deutsche Bank  

Fabrizio Campelli è con Claudio de Sanctis uno dei due italiani al vertice di Deutsche Bank. Come responsabile della corporate & investment bank del gruppo tedesco è anche uno dei banker più attivi a livello europeo e ha seguito alcune delle maggiori operazioni finanziarie degli ultimi anni. Se dovesse sintetizzare il quadro macroeconomico attuale sceglierebbe senza dubbio la parola «incertezza».

Incertezza sulle dinamiche geopolitiche e sui nuovi modelli di business ma, in questi ultimi mesi, soprattutto incertezza sulle scelte delle banche centrali. Per affrontare queste sfide la ricetta si chiama mercato unico dei capitali. Una strada raccomandata nei giorni scorsi anche dall’ex premier italiano Mario Draghi.

Domanda. Fabrizio Campelli, tra guerre, indecisioni sulla politica monetaria e altri forti elementi di instabilità, l'incertezza non manca sui mercati finanziari. Dal vostro punto di osservazione come valuta questa congiuntura?

Risposta. L'ambiente di mercato è molto interessante e incerto. Si tratta di una incertezza che deriva da diversi elementi. Uno dei fattori principali è rappresentato dall'andamento dei tassi d’interesse su cui non c'è chiarezza, sebbene siamo già nel secondo trimestre dell'anno. Viste le dinamiche inflazionistiche, le banche centrali non sono ancora in posizione di intraprendere una riduzione dei tassi e questo elemento di incertezza contagia molteplici contesti, dai mercati di capitale al credito fino all'economia reale. Investitori e imprenditori oggi sono in attesa che il quadro si stabilizzi.

D. Le incognite si limitano ai tassi?

R. No, ulteriori elementi di incertezza per i nostri clienti sono quelli elettorali e geopolitici. Da decenni non si sono concentrate così tante elezioni politiche in un solo anno e le presidenziali americane sono senza dubbio l'appuntamento più atteso. Ci sono poi le tensioni geopolitiche, sulle quali la reazione dei mercati varia da caso a caso. Quando c'è un impatto immediato sulle risorse economiche, assistiamo a una forte volatilità delle quotazioni, come abbiamo visto dopo l'invasione dell'Ucraina. In altri casi le reazioni delle borse sono più pacate, sebbene ci sia sempre il rischio che crisi a basso impatto iniziale si aggravino e arrivino a produrre conseguenze preoccupanti.

D. In questo contesto come legge i dati economici che vengono dall'Italia?

R. La visione che oggi i mercati globali hanno dell'Italia è decisamente più positiva rispetto al passato. Anche perché altre economie europee sono andate peggio, mentre il pil dell'Italia è rimasto performante. Si tratta di capire se il venir meno di alcune misure straordinarie come il superbonus avranno impatti negativi e se il Paese sarà in grado di rispettare le tempistiche previste per accedere ai fondi europei. In generale però l'Italia resta un'economia con una grande forza ed è uno dei mercati chiave per Deutsche Bank.

D. Voi lavorate molto con le medie e grandi imprese europee. Come si stanno muovendo?

R. In questi ultimi anni le aziende hanno affrontato tante prove complesse. Prima c'è stato il Covid, che ha costretto il tessuto produttivo ad adattarsi a circostanze mai sperimentate. La serie di eventi che si sono susseguiti ha poi aperto ulteriori sfide. Mi sembra che oggi i problemi di fondo ruotino attorno ad alcune grandi tematiche. In primo luogo, le aziende devono adattarsi a nuovi mercati, visto il forte orientamento all'export della nostra clientela. Questo fenomeno è diventato davvero molto presente dopo il Covid e dopo la crisi ucraina. Il secondo tema è la gestione dei rischi in una fase di incertezza. Le imprese si chiedono se possono permettersi certi investimenti e come saranno in grado di mitigare i fattori di rischio nei propri business. La terza tematica è quella relativa allo stress geopolitico, che si può manifestare anche sulle materie prime o sui regimi sanzionatori. Un quarto elemento di attenzione è l'accesso al funding. Rifinanziarsi con tassi così elevati è diventato complesso, soprattutto in un mercato come quello europeo dove le banche forniscono ancora circa il 70% delle risorse complessive a sostegno delle imprese. Sono questi i temi al centro delle discussioni che abbiamo con la nostra clientela corporate.

D. Soffermiamoci sul funding. Quanto sta pensando l'incertezza sui tagli dei tassi di interesse?

R. Una normalizzazione dei tassi sarebbe auspicabile per le ragioni che menzionavo. Sebbene il livello di crediti deteriorati sia ancora basso, registriamo comunque qualche segnale di difficoltà, in particolare su alcune asset class come l'immobiliare commerciale. Qui mi preme tornare sulla questione delle fonti di finanziamento. L'Europa è ancora troppo dipendente dal canale bancario, mentre per esempio negli Usa solo il 30% dei finanziamenti viene dagli istituti di credito. Bisogna lavorare alla nascita di una Capital Markets Union che modifichi questi equilibri, a tutto vantaggio della clientela.

D. Che risposte cerca di dare il vostro modello di business a questo contesto?

R. Nel 2019 Deutsche Bank ha avviato un ribilanciamento del modello di business. In particolare, abbiamo investito molto sulla corporate bank, che è al centro della strategia di Global Hausbank con cui vogliamo mettere tutta la banca al servizio dei nostri clienti, focalizzandoci soprattutto sulla clientela corporate europea. Dal 2021 al 2023 i ricavi annui di questa divisione sono passati da 5,2 a 7,7 miliardi coprendo tutte le tipologie di servizio, dai pagamenti al credito. L'Italia era e rimane il secondo pilastro in Ue per il gruppo, soprattutto perché è un mercato molto simile a quello tedesco, sia per caratteristiche strutturali che per servizi richiesti.

D. Come è cambiata la vostra offerta?

R. La nostra offerta sul corporate è a tutto tondo. Andiamo dal credito al cash management, dal trade finance all'export finance. Quello che ci contraddistingue rispetto ai nostri competitor è la portata globale. Come gruppo, siamo presenti in 57 paesi del mondo e siamo in particolare molto attivi in Asia, America Latina e Medio Oriente.

D. In Italia la vostra offerta è in competizione con quella delle grandi corporate & investment bank americane. Un confronto difficile?

R. Crediamo di offrire una solida e valida alternativa alle banche americane. I clienti oggi vogliono diversificare e chiedono anche il supporto di banche europee. Per rispondere a queste esigenze è però indispensabile continuare a investire e innovare. In Deutsche Bank stiamo investendo molto su soluzioni tecnologiche e stiamo valorizzando sempre di più le sinergie tra le diverse anime del gruppo, dal corporate all'investment bank fino alla private bank, con l'obiettivo di mettere a disposizione della nostra clientela un'offerta sempre più integrata. Certo, va colmato il gap che si è creato negli ultimi dieci anni con i colossi di Wall Street, la cui quota di mercato è cresciuta notevolmente nei nostri paesi

D Come invertire questo trend?

R. È nell'interesse dell'Europa invertire la rotta, accelerando sulla nascita di campioni bancari europei. Da questo punto di vista alcune premesse sono necessarie, altre indispensabili. E per guadagnare ulteriore rilevanza non si può prescindere dal completamento di un’unione bancaria, che sia focalizzata sulla creazione di attori sempre più internazionali. (riproduzione riservata)



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