Come può uno scoglio arginare il mare e un’azienda di costruzioni completare gallerie entro il 2026? Anche chi non ama Lucio Battisti e la sua apodittica affermazione sta chiedendosi se non sia il caso di allungare la tempistica del Next Generation Eu: altrimenti l’oceano dei ritardi lo sommergerà.
Così, come può rivelare MF-Milano Finanza, ai piani alti di palazzo Berlaymont ma anche nelle sale del Consiglio Europeo dove i governi tracciano le complesse geometrie del potere nello spazio comune, si sta facendo strada l’idea di concedere più tempo, almeno un paio d’anni, a tutti i Paesi che hanno ricevuto i soldi del loro Pnrr per un importo globale di 750 miliardi di euro. Per l’Italia, che da quelle risorse ha attinto e attingerà per oltre 220 miliardi di euro, una decisione del genere rappresenterebbe una boccata di ossigeno, se solo si pensa all’immane lavoro che attende Webuild all’opera per realizzare entro il 2026 il primo tratto dell'alta velocità ferroviaria da Salerno a Reggio Calabria. Discorsi analoghi possono essere fatti anche per Enel, Fs e la rete Tim. Gli esempi possono essere in effetti innumerevoli: di fatto coprono l’intero territorio italiano, che sui soldi europei conta per rifare linee stradali, ferroviarie, infrastrutture e programmi ambientali e di telecomunicazioni. Con i ritardi che in molti stanno segnalando, non ultima la Corte dei Conti e che fanno penare il ministro degli Affari Europei, Raffaelle Fitto, e il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.
Ma come evitare di annunciare prematuramente la proroga onde evitare che ogni Paese tiri i remi in barca proprio in un anno elettorale cruciale per la Commissione presieduta da Ursula von der Leyen e dalla sua maggioranza? I tecnici che sono sul dossier più importante della storia dell’Unione dopo il Covid hanno individuato una data di massima che è da cerchiare in rosso: 31 agosto 2026. Intorno a quel giorno, se non prima e se ci sarà ovviamente ancora questa maggioranza a trazione Ppe-Pse, la nuova Commissione annuncerà che la data di ultimazione dei lavori del Pnrr sarà spostata al 31 dicembre 2028. Due anni in più per permettere a tutti i Paesi - non solo all’Italia guidata dalla premier Giorgia Meloni, ma anche Francia, Germania, Spagna, Grecia e Portogallo, che rappresentano il corpo principale del Next Generation Eu - di completare i lavori.
Non ci si aspetti di trovare dichiarazioni nell’immediato futuro che annuncino una tale decisione. Avverrà all’improvviso, ma la scelta di Bruxelles sarà inevitabile se non si vuole che il Pnrr diventi un gigantesco boomerang con la restituzione dei fondi ricevuti - perché questo rischiano in fondo i Paesi che non completano le opere per tempo - e che il fallimento del programma comune diventi la pietra tombale su ogni ipotesi comune di rifinanziamento.
Di questa necessità sarebbe consapevole anche Mario Draghi, che sta completando il suo lavoro sulla competitività del mercato unico e dei Paesi membri, coadiuvato da una dozzina di funzionari a palazzo Berlaymont. D’altronde l’ex presidente del Consiglio ha più volte ricordato la necessità di proseguire sulla strada del debito comune in Europa e non a caso a Bruxelles si sta pensando di avviare in futuro un secondo Next Generation Ue per proseguire ancora con i finanziamenti a favore della riduzione delle emissioni entro il 2030, data che sembra troppo vicina, come ha ricordato di recente il capo mondiale di Renault, Luca de Meo, il quale ha indirizzato una lunga lettera a tutti gli stakeholder comunitari annunciando che il settore automotive senza un programma strategico nei confronti della Cina non sarà in grado di rispettare gli obiettivi ambientali.
Industrie e famiglie attendono così che le istituzioni europee facciano la scelta giusta, strette come sono tra gli ideali utopistici del Green Deal, la crescita dei debiti sovrani e la guerra in Ucraina a Vladimir Putin, che attualmente rappresenta una minaccia ma anche un’enorme opportunità di crescita e guadagno. Le opere per la pace che uniscono sono ponti, strade e ferrovie. Quelle che dividono sono le armi, i missili e i carri armati. Allungare i progetti dei Pnrr europei sarà anche un modo per riporre nel cassetto l’ascia di guerra che Mosca ama tanto. Se si vuole mettere un fiore nei propri cannoni occorre il tempo che attecchisca mentre non se ne costruiscono più. Una sfida immane, chissà se l’Europa sarà capace di vincerla. (riproduzione riservata)