Una delle doti dei grandi leader è quella di sapersi scegliere i collaboratori giusti. E anche nell’individuazione del proprio delfino che oggi guida un impero da 55 miliardi (valore che sale a circa 200 se si considera la capitalizzazione complessiva delle aziende di cui Delfin è primo o secondo azionista ovvero Essilux, Mps, Generali e Covivio), la selezione di Leonardo Del Vecchio è stata vincente.
Lavorando a stretto contatto con il fondatore di Luxottica fin dal 2014 fino a diventarne ceo e poi di fatto erede al vertice dell’impero Delfin, il top manager Francesco Milleri, oggi 66enne, ha il merito di aver «messo a terra», come dice lui, la visione del fondatore. Sia nell’industria degli occhiali, trasformata ormai in una realtà del tech e, in prospettiva, della AI e della sanità. Sia quella nella finanza, con la conquista dei santuari di Mediobanca e Generali, per realizzare quel gruppo di caratura europea che Del Vecchio riteneva fosse fondamentale per l’Italia.
Oggi Milleri regna su un patrimonio diretto di 55 miliardi di euro raccolto dentro la holding lussemburghese Delfin, se si considera solo il valore delle partecipazioni in Essilux, Mps, Unicredit, Generali e Covivio. Un regno incontrastato grazie all’incoronazione di fatto a vita stabilita da Del Vecchio per spingere all’unità la sua composita discendenza però ancora in lite per l’eredità dopo oltre tre anni dalla scomparsa di Leonardo.
«L’azienda è cambiata di più negli ultimi dieci anni che nei primi cinquanta», commenterà Del Vecchio nel 2022. L’arrivo di Milleri accanto a Del Vecchio risale al 2014 come «segretario particolare». E si cementa nel corso degli anni. Il fondatore aveva l’esigenza di far compiere un salto di qualità al gruppo degli occhiali: sotto i dieci anni di Andrea Guerra, ceo dal 2004-2014, Luxottica aveva sì raddoppiato il fatturato a 7,6 miliardi di euro ma, a giudizio del fondatore, si era «impolverata». E non stava abbracciando la rivoluzione digitale sia internamente - era troppo burocratizzato, lento nei processi e senza una forte spinta dell’e-commerce - sia all’esterno. C’era la minaccia proveniente dalla Silicon Valley.
Nel 2012 Google aveva lanciato i Google Glass introducendo il concetto degli «occhiali intelligenti». Del Vecchio temeva che la sua creatura non fosse in grado di sopravvivere alla distruzione tecnologica alle porte: «Se non si sta al passo con i tempi arrivano i problemi».
Con Milleri al suo fianco come vicepresidente dal 2016, Del Vecchio realizza così un’operazione colossale (in particolare per un’azienda italiana): aggiungere alle montature di marchi di proprietà come Ray-Ban e in licenza (come Armani) le sofisticate lenti di Essilor. Le nozze con i francesi non rappresentavano soltanto un modo per diventare un leader dell’occhialeria a 360 gradi, ma anche per creare un sistema integrato dove fosse più facile introdurre l’innovazione di prodotto che Del Vecchio aveva in mente.
È Milleri che negli anni successivi mette a terra la geniale intuizione del fondatore di dar vita agli smart glasses. Per riuscirci, Del Vecchio e Milleri stringono una partnership nientemeno che con Meta per creare gli occhiali intelligenti che telefonano, scattano foto e video, chattano con i comandi vocali. La frontiera più recente è quella dei Meta Ray-Ban Display presentati il 18 settembre, anch’essi frutto della collaborazione Essilux-Meta: le funzioni tech vengono controllate da un bracciale neurale che legge i movimenti delle mani. A differenza degli ormai superati Google Glass, a comandare qui non è la tecnologia ma il design.
Potenzialmente il wereable computing è applicabile a tutti i 150 marchi del ricco portafoglio Essilux. Una flessibilità che può garantire ulteriori margini di crescita al gruppo. E anche al suo titolo, che da pochi mesi vede tra gli azionisti anche proprio Meta con il 3%: anche questo innesto, frutto della collaborazione stabile tra Milleri e Mark Zuckerberg.
Sono questi passaggi chiave che fanno esplodere la capitalizzazione di Essilux. È Milleri che nell’ottobre del 2024 realizza il sogno di Del Vecchio di portare Essilux nella «Champions League» delle società di borsa, quelle sopra i 100 miliardi di valore: alla morte del fondatore il gruppo valeva 63 miliardi, oggi quella cifra è raddoppiata. Il fatturato è cresciuto dai 7,6 miliardi del 2014 ai 26,5 miliardi di fine 2024, gli utili netti sono balzati del 350% a 3,1 miliardi e il monte dividendi è passato da circa 687 milioni a 1,8 miliardi.
Dove può andare ora EssilorLuxottica? Per Milleri gli smart glasses sostituiranno i cellulari, liberando le mani e interagendo con voce e movimento degli occhi grazie alla tecnologia dell’eye-tracking che Essilux sta sviluppando con il Politecnico di Milano. Lo schermo del telefonino potrebbe dunque convergere nella lente dell’occhiale dando risposte sul display nelle lenti intelligenti che seguono i movimenti dell’occhio e capiscono su cosa si sta soffermando.
Poi c’è il med-tech. «I nostri occhiali wereable non solo guardano al futuro ma vanno a costruirlo», ha spiegato Milleri agli azionisti di Essilux lo scorso aprile, «le montature potranno sostituire gli smartphone, lasciando la mani libere. Useremo solo la vista, l’udito e la voce per i comandi vocali. Da questi dispositivi potremo controllare la nostra casa e l’automobile, potremo pagare le bollette, sentire quello che uno cerca di dire in uno spazio affollato, leggere i nostri dati biomedici grazie alle lenti e ricevere consigli per star meglio. Insomma occhiali che ci aiuteranno a prendere le decisioni migliori in qualunque momento della nostra vista. Questo futuro che era così difficile da sognare 10 anni fa».
Nell’ultimo anno e mezzo, mettendo sul piatto 3,5 miliardi di euro, Milleri ha indirizzato Essilux verso questa nuova frontiera con una serie di acquisizioni mirate nelle tecnologie sulla diagnostica avanzata (Heidelberg Engineering e Cellview), nei trattamenti clinici (Espansione), nella microchirurgia (Optegra) e nell’audiologia (Nuance Audio e Pulse Audition).
Milleri punta anche a conquistare il gigante giapponese Nikon, di cui ha già rilevato il 9,4%: gli interessano le sue telecamerine per gli smart glasses ma anche le tecnologie legate ai microprocessori per le lenti di nuova generazione, cruciali sempre per gli occhiali del futuro, che potranno diventare anche uno strumento diagnostico per guardare dentro l’occhio. Una specie di oculista sempre addosso. Ma non solo: oltre a intercettare i bisogni oculistici dei clienti, le nuove lenti raccoglieranno anche dati generali sulla salute per prevenire ad esempio diabete o infarti.
C’è di più. Sembra una scenario da Blade Runner, ma la microchirurgia potrebbe arrivare a inserire direttamente nell’occhio microscopiche lenti dotate di realtà aumentata. Milleri ha deciso di puntare con decisione anche su questo segmento: ha rilevato le cliniche Optegra (70 centri in Europa centro-orientale) che già praticano tra le altre cose anche microchirurgia su retina.
Ma Milleri non è solo Essilux. E Delfin non è solo industria ma anche finanza. L’aver esportato il modello Luxottica nella gestione delle partecipazioni extra-occhiali ha dato i suoi frutti anche nella gestione finanziaria dell’impero di famiglia.
Milleri è succeduto sulla tolda di comando della cassaforte come presidente esecutivo. E da lì gestisce l’impero, grazie alle divisioni e agli scontri tra gli otto eredi (i sei figli, la moglie Nicoletta Zampillo, il figlio di lei Rocco Basilico). Delfin era – e resta, per Milleri – un asset a difesa del core business EssilorLuxottica. Che però è anche un modello da seguire per rafforzare e far crescere gli investimenti, con crescita dimensionale e costruzione di campioni nazionali.
Una prima applicazione di questo metodo è stato l’investimento in Unicredit. Dalla nascita dell’allora Unicredito nel 1998 il fondatore di Essilux ha sempre appoggiato il progetto di far crescere una grande banca a sostegno del Paese. E con il suo 3% circa ha orientato le nomine degli ultimi capi-azienda, prima Jean Pierre Mustier e ora Andrea Orcel.
E proprio questo approccio è il lascito affidato a Milleri per definire i nuovi equilibri in quella che una volta era chiamata la Galassia del Nord, ovvero l'asse Mediobanca-Generali. Se della compagnia triestina Del Vecchio era socio da almeno vent’anni, il suo ingresso nel capitale di Piazzetta Cuccia è più recente: ha iniziato la sua scalata in Mediobanca nel 2019, passando da un iniziale 7% fino alla soglia del 20%. Con un obiettivo chiaro: cambiare la governance di Mediobanca e da lì orientare i destini di Generali. Una scelta strategica condivisa profondamente con Milleri. Che tuttavia, ancora al momento della scomparsa di Del Vecchio non aveva prodotto risultati. A Trieste il mercato aveva bocciato il ribaltone proposto con Francesco Gaetano Caltagirone all’assemblea 2022.
In Piazzetta Cuccia era stata la Bce a fermare l’avanzata di Delfin sopra il 20% impedendole ogni influenza sulla governance. Ma Milleri ha continuato a portare avanti il piano di Del Vecchio, anche facendo storcere il naso a vari membri della famiglia – ovvero ai suoi stessi azionisti. Per scardinare il blocco Mediobanca-Generali, Delfin ha affiancato Caltagirone, Banco Bpm e Anima nell’acquisto del 15% di Montepaschi venduto dal Tesoro. E poi ha sostenuto l’opas senese su Piazzetta Cuccia, diventando così il primo azionista di Rocca Salimbeni.
Proprio in questi giorni l’offerta si è conclusa e Milleri con i grandi soci di Montepaschi è alla presa con il primo scoglio della nuova gestione: la stesura di una lista per il vertice di Piazzetta Cuccia. Ma nei prossimi mesi l’obiettivo sarà fare di Mediobanca quello che voleva proprio Del Vecchio: un protagonista dell’investment banking in Italia e in Europa, con bassi costi di struttura e un modello di business meno dipendente da Generali.
Lo stesso approccio potrebbe essere adottato per il Leone, anche se qui itempi potrebbero essere più lunghi. Il sogno del fondatore era quello di far crescere Generali al livello delle grandi rivali europee Allianz e Axa, che all’inizio degli anni Duemila valevano esattamente quanto Generali mentre oggi la distanziano per decine di miliardi di capitalizzazione.
Come? Applicato a Generali, il modello Luxottica passa necessariamente attraverso acquisizioni, per le quali il socio Delfin (oggi al 10%) potrebbe anche essere disposto a diluirsi. Ma prima forse anche qui potrebbe servire un cambio di governance. Si vedrà. Di certo in questo modo Milleri darebbe concretezza alla visione industriale di Del Vecchio: creare grandi gruppi (bancari e finanziari) che diano soddisfazioni agli azionisti e, soprattutto, siano anche i motori a servizio della crescita delle aziende italiane. (riproduzione riservata)