Con gli 800 miliardi di euro stanziati dal piano Readiness 2030, l’Europa affronta la più grande mobilitazione per la difesa della sua storia. Un piano che arriva in un momento di forti turbolenze: dal conflitto in Medio Oriente alle crisi sulle rotte energetiche, fino al cambio della guardia al vertice di Leonardo, dove il 7 maggio si insedierà il nuovo ceo Lorenzo Mariani. Come spiega Claudio Brusatori, partner e practice leader per l’Italia di BearingPoint, in questa intervista con MF-Milano Finanza, «il problema non è quanto si spende, ma come».
Domanda. Il 2030 è l’orizzonte del piano Readiness, ma ci sono scadenze intermedie per valutarne l’evoluzione?
Risposta. Sì. Il 2027 è la prima verifica concreta. Entro quella data dovrebbero partire i primi sistemi di mobilità militare integrata, la capacità di spostare rapidamente truppe e mezzi all’interno dell’Unione. È un prerequisito: senza quello, anche gli investimenti su sistemi e piattaforme perdono efficacia. Se arriviamo al 2027 con sistemi non integrati, il rischio è che il 2030 resti più un obiettivo politico che operativo.
D.Dove si concentrano i principali rischi?
R. Nella frammentazione. L’Europa ha 170 sistemi di equipaggiamento contro i 30 degli Stati Uniti. E il presidente Trump ha annunciato una spesa record oltre i mille miliardi di dollari, focalizzata su un numero molto limitato di programmi. Noi invece rischiamo di disperdere risorse su troppe direttrici.
D. Quindi i fondi ci sono. Manca l’architettura?
R. Esatto. Abbiamo una capacità finanziaria estremamente potente, ma un tessuto industriale e di ricerca molto frammentato. Il 70% della spesa europea è concentrato nei primi quattro Paesi — tra cui l’Italia — ed è stato concordato che il 65% dei costi venga sostenuto all’interno dell’Europa stessa, il che favorisce le sinergie. Ma non esiste ancora un piano operativo europeo complessivo. Le politiche devono lavorare in modo sinergico.
D. C’ è una leva tecnologica per accelerare?
R. L’intelligenza artificiale. Nell’industria vediamo già incrementi di produttività anche del 50% grazie a strumenti di AI e digital twin applicati alla pianificazione e ai flussi di fabbrica. È qualcosa di impressionante, che può moltiplicare l’efficacia di qualsiasi sistema d’arma.
D. AI al servizio della deterrenza o dell’offesa?
R. È al servizio della gestione di una grandissima quantità di dati e di una rapidità estrema nel prendere decisioni, anche in maniera autonoma. Questo può essere applicato sia in attacco che in difesa. Per come si comporta l’Europa, abbiamo fortunatamente una politica più votata alla protezione — e questo facilita l’utilizzo dell’AI, per esempio, nell’aumento della precisione dei sistemi antimissile. Pensiamo, ad esempio, ai progetti di difesa integrata basati su architetture di digitalizzazione e intelligenza artificiale, su cui stanno lavorando anche gruppi come Leonardo: il tema è mettere a sistema quello che già esiste, creando uno scudo molto potente. La direzione è quella, indipendentemente dal nome del progetto.
D. Quali sono le priorità industriali concrete del Readiness 2030?
R. Mobilità militare, innanzitutto, in Germania i sistemi dovrebbero partire nel 2027. Poi munizioni, dove in Italia si lavora già sui contratti, droni e sistemi di difesa integrata. Cyber e spazio avranno un peso crescente: anche attraverso programmi europei basati sulla collaborazione tra industria e ricerca. Sulle costellazioni satellitari in orbita bassa, sviluppate da consorzi europei con il coinvolgimento di gruppi come Leonardo, la strada è quella giusta: sono più economiche, più resilienti e garantiscono una copertura più ampia. E le aziende coinvolte collaborano già da decenni.
D. Trova verosimile un disimpegno Usa dalla Nato?
R. L’uscita dalla Nato non è uno scenario auspicabile. L’Europa è ancora fortemente dipendente dagli Stati Uniti su diversi programmi, a partire dall’F-35, e non ha una strategia industriale globale comparabile. Non siamo autonomi sulle filiere critiche: microchip, materie prime, supply chain. Quello che è auspicabile è che l’Europa cresca, prenda un ruolo vero e determinante negli scenari di sicurezza globale, si sieda al tavolo dei grandi come un soggetto unito, con alle spalle un’unione finanziaria, industriale ed energetica.
D. È ottimista?
R. Sì. Per la prima volta vedo la possibilità concreta di creare una maggiore unità tra gli Stati europei e costruire una difesa che non sia esclusivamente dipendente dagli Stati Uniti. L’Europa ha tutte le competenze per farlo. (riproduzione riservata)