Alla riunione straordinaria del Consiglio Europeo la premier Giorgia Meloni difende la sua posizione euroatlantica. Lo fa davanti ai capi di Stato e di governo dei 27 Paesi dell’Unione e davanti il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Una presenza eccezionale ma non casuale.
La discussione del Consiglio verte infatti sull’andamento della guerra in Ucraina e sul ruolo che l’Unione Europea ha intenzione di assumere, ora che Donald Trump è intenzionato a disimpegnarsi dal sostegno alla difesa dell’Ucraina. Un’occasione, dunque, per presentare ufficialmente il piano ReArm Europe annunciato dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, martedì 4 marzo.
La posizione ufficiale dell’Italia sul piano non c’è. Tuttavia, secondo quanto apprende MF-Milano Finanza da fonti italiane a Bruxelles, la premier sembra aver ascoltato, e accontentato, le posizioni divergenti della sua maggioranza di governo. Il nome del Piano è infelice, come sostenuto dal ministro Matteo Salvini, ma il motivo risiede nel fatto che non rende merito a quello che si sta facendo, perché la dimensione della difesa e della sicurezza oggi è una dimensione molto più ampia rispetto a quella delle armi.
In tema coesione, il governo italiano si sta coordinando con gli altri Stati per evitare uno spostamento delle risorse di coesione verso il riarmo. Come detto dal titolare del Mef, Giancarlo Giorgetti, l’Italia è contraria a utilizzare per il riarmo europeo i fondi di coesione che devono invece restare vincolati agli obiettivi previsti. Passi la volontarietà sull’utilizzo dei fondi di coesione, ma appare sicuro che il governo italiano non intende dirottare fondi di coesione sull’acquisto di armi.
L’esclusione delle spese di difesa dal calcolo del rapporto deficit/Pil è stata accolta positivamente dall’esecutivo. Ma non è l’unico argomento che ha trovato il sostegno del governo Meloni. Da quanto trapela, Roma è pronta ad appoggiare Berlino sulla proposta tedesca di avviare una revisione organica del Patto di stabilità che, secondo l’Italia, non dovrebbe fermarsi alle materie della difesa, ma comprendere anche altri beni pubblici europei a partire dalla competitività.
Un secondo aspetto discusso durante il Consiglio è che gran parte delle misure proposte incidono sul debito dei Paesi membri. Partendo dal presupposto che, secondo l’esecutivo italiano, non è sufficiente fermarsi o immaginare solo strumenti che passano dall’aumento del debito nazionale, l’Italia ha proposto di discutere della possibilità di una garanzia europea per gli investimenti nel settore della difesa, sul modello di InvestEu, anche con l’obiettivo di massimizzare l’impiego di fondi privati in aggiunta a quelli pubblici. A quanto si apprende, il ministro Giorgetti presenterà una proposta in tal senso in ambito Ecofin nei prossimi giorni.
Favorevole, sfavorevole. Ma anche propositiva. L’ultima carta giocata dall’esecutivo Meloni è, per l’appunto, euroatlantica: per l’Italia è importante che l’interezza dei fondi previsti sia destinata a spese ammissibili al calcolo delle spese di difesa in ambito Nato. Così gli sforzi comuni avrebbero un senso più profondo.
La proposta è dunque quella di creare un meccanismo quasi automatico di riconoscimento delle risorse investite dagli Stati membri Ue nei programmi di difesa europei anche in ambito Nato. Secondo quanto si apprende, l’Italia è pronta a fare una proposta di lavoro in questo senso affinché sia la Commissione sia il Servizio europeo per l'azione esterna (Seae) stabiliscano un meccanismo di rendicontazione obiettivo, omogeneo e trasparente di questo tipo di spese. In sostanza, ogni euro in più investito nella difesa europea deve contare ed essere contabilizzato in ambito Nato. (riproduzione riservata)