Per qualsiasi dettaglio sul «rafforzamento della capacità di difesa e sicurezza dell’Italia, anche al fine di ottemperare agli impegni presi durante il Summit della Nato tenutosi all’Aja lo scorso giugno» bisogna attendere «gli esiti della stima del deficit del 2025 che l’Istat notificherà alla Commissione europea a marzo».
Solo nel caso in cui il deficit italiano risultasse «inferiore al 3%, verrebbe attivato il procedimento di uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo e ciò consentirebbe di confermare gli intenti contenuti nel Documento Programmatico di Finanza Pubblica (Dpfp), ossia l’incremento della spesa per difesa e sicurezza graduale con una incidenza sul pil che può crescere fino a circa 0,5 punti percentuali entro la fine del triennio coperto dalla legge di bilancio». Lo ha precisato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, nel rispondere a un’interrogazione in aula al Senato depositata dal Movimento Cinque Stelle.
Quanto alle eventuali modalità di finanziamento, il titolare del Mef ha ricordato che «il Piano relativo allo strumento europeo Safe (Security Action For Europe) presentato dall’Italia, nella misura massima di 14,9 miliardi di euro, è ancora in corso di valutazione insieme ai Piani presentati dagli altri Stati membri Ue».
Quel che è certo è che «l’adesione al programma Safe comporta, una dilazione molto in avanti nel tempo della restituzione del relativo prestito rispetto alla emissione di titoli del debito pubblico nonché risparmi conseguenti al differenziale nel tasso di interesse pagato». Per di più, potrebbero derivare ulteriori «benefici indiretti da effetti quali il rafforzamento della cooperazione e del coordinamento con altri partner e l’integrazione della catena del valore a livello Ue nonché dal contributo alla crescita nel settore industriale», ha aggiunto il ministro.
Al contempo però l’adesione al Safe «implica la necessità di sottostare ad una serie di regole sostanziali e procedurali, che limitano la discrezionalità dei singoli Stati aderenti».
Da precisare, secondo il numero uno di Via XX Settembre, che l’attivazione della clausola di salvaguardia (Nec) è funzionalmente collegata allo strumento Safe, ma è indipendente da questo. Difatti «la clausola di salvaguardia prevede, che, al ricorrere di circostanze eccezionali (in cui la Commissione europea ha esplicitamente incluso l’attuale contesto geopolitico), uno Stato membro possa richiedere al Consiglio l’autorizzazione a deviare temporaneamente dal percorso di spesa netta definito nel proprio Piano strutturale di bilancio di medio termine (Psbmt)».
Trattandosi di una flessibilità in deroga, «l’attivazione della Nec non richiederebbe la pubblicazione di un nuovo Psbmt, ma implicherebbe comunque una richiesta di scostamento dagli obiettivi programmatici al Parlamento, da approvare previo coinvolgimento dello stesso».
Pur nell’ipotesi di «un sentiero di crescita della spesa netta più ampio in ragione delle sole maggiori spese in difesa e sicurezza, l’aumento nella spesa prospettato non comporterebbe nessuna rinuncia alle spese dedicate alle principali priorità di policy di natura sociale», ha assicurato ancora una volta Giorgetti. (riproduzione riservata)