I dazi Usa del presidente Donald Trump mettono in crisi anche il settore dei diamanti. Il gruppo sudafricano Petra Diamonds, per esempio, ha deciso di rinviare l’asta (Tender 5) sulle pietre estratte nella miniera di Cullinan, prevista in settimana, a causa dell’incertezza sui mercati provocata dall’introduzione dei dazi statunitensi. La società ha dichiarato che la decisione mira a sostenere i prezzi dei diamanti provenienti dalla miniera, in attesa di maggiore chiarezza sull'impatto delle nuove tariffe.
Escludendo i diamanti di Cullinan, il fatturato da vendite di pietre grezze registrato da inizio anno ammonta a 103 milioni di dollari, contro i 138 milioni delle prime cinque aste dell’esercizio 2024. Petra ha avvertito che difficilmente riuscirà a raggiungere il target di free cash flow netto atteso per il 2025, a causa della «persistente incertezza di mercato e di un mix di prodotto sfavorevole».
Il comparto globale dei diamanti, valutato 82 miliardi di dollari, è stato direttamente colpito dall'introduzione dei dazi da parte degli Stati Uniti. Le spedizioni attraverso il principale hub commerciale di Anversa sono crollate di quasi l’85% rispetto ai volumi registrati prima dell’imposizione delle tariffe.
Tra le misure introdotte dall’amministrazione Trump vi è un’aliquota fissa del 10% sulle importazioni di diamanti, oltre ai dazi di ritorsione variabili per paese d’origine, mentre altri minerali come oro e rame sono stati esclusi.
Gli Stati Uniti rappresentano circa il 50% della domanda globale di diamanti, pur non avendo miniere proprie. Sebbene la Casa Bianca abbia sospeso per 90 giorni i dazi di ritorsione, la tariffa base del 10% è già in vigore, alimentando incertezza tra commercianti e aziende di lavorazione, in particolare in India.
Karen Rentmeesters, ceo dell’Antwerp Diamond Centre, ha spiegato che il commercio si è «fermato completamente» dopo l'annuncio dei nuovi dazi: «Stiamo assistendo a un blocco totale delle spedizioni».
Il settore dei diamanti stava già affrontando anni difficili, tra l’impatto della pandemia e la concorrenza dei diamanti sintetici. «Il comparto è in una situazione critica», ha detto Richard Chetwode, presidente di Trustco Resources, al FT. «Applicare dazi ora equivale a metterlo in ginocchio». Chetwode ha aggiunto che le tariffe non porteranno la produzione negli Stati Uniti, data la complessità della filiera.
La catena di approvvigionamento globale dei diamanti prevede numerosi passaggi, tra estrazione in Africa, scambi a Dubai e lavorazione in India. L’unico segmento con sede negli Stati Uniti è quello della certificazione: il Gemological Institute of America (GIA), con 3.200 dipendenti, ha sede in California.
Secondo Pritesh Patel, Coo del GIA, l’istituto sta rafforzando i servizi all’estero, in particolare a Dubai e Hong Kong, per far fronte all’impatto delle nuove tariffe. E sta valutando la possibilità di ottenere esenzioni tariffarie per i diamanti importati esclusivamente per la certificazione tramite zone libere di scambio (free trade zones).
Gli analisti prevedono che la guerra commerciale può compromettere la ripresa della domanda di diamanti e causare forti dislocazioni nella catena di produzione. L’India, che lavora (polishing) oltre il 90% dei diamanti mondiali, rischia di essere fortemente penalizzata: le pietre sono considerate di «origine indiana», il che le renderebbe soggette a dazi fino al 27%, a meno che non venga raggiunto un accordo bilaterale con gli Usa.
Anglo American, controllante di De Beers, ha svalutato il valore della controllata di 4,5 miliardi di dollari negli ultimi due anni e si prepara a scorporarla via ipo nel 2025 (mercati permettendo). Anche Signet Jewelers, il più grande commerciante di gioielli con diamanti quotato a New York, ha preso provvedimenti. In una lettera inviata ai fornitori il 4 aprile, Signet ha comunicato che non si farà carico di alcun costo legato ai nuovi dazi sugli ordini esistenti, richiedendo che le spedizioni vengano effettuate il prima possibile, fra aprile e maggio. (riproduzione riservata)