«La denatalità, l'invecchiamento della popolazione, lo spopolamento territoriale sono problematiche strutturali che l’Italia - come tanti altri Paesi - deve affrontare, con conseguenze di lungo periodo sulla stabilità finanziaria, il debito pubblico e lo sviluppo economico». Lo ha sottolineato il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, nel corso dell'audizione in Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti economici e sociali derivanti dalla transizione demografica.
L’Italia non «è isolata, non è eccezione a confronto con economie avanzate». Ad ogni modo il «contrasto della denatalità è un obiettivo politico del governo» ma «non possiamo illuderci che bastino pochi anni» per invertire una «tendenza avviata da decenni, però noi abbiamo scelto di non girarci dall'altra parte ma di guardare in faccia la realtà e affrontarla con coraggio e determinazione».
Concretamente, ha aggiunto il titolare del Mef, «servono incentivi alla natalità sia diretti che indiretti» ma «non partiamo da zero, perché il governo ha già messo in campo» tutta una serie di politiche, che «non sono misure isolate ma un disegno strategico» perché «serve una visione ampia che tenga conto di tutte variabili del caso».
L'Italia è interessata da tempo da un progressivo declino della natalità e del tasso di fecondità, nonché da un aumento della speranza di vita che, nel complesso, hanno determinato una modifica sostanziale nella struttura per età: «L'età media della popolazione residente è in costante aumento, l'incidenza degli over 65 sul totale della popolazione è sempre più elevata, l'indice di vecchiaia è in continuo aumento così come l'indice di dipendenza strutturale». E questo comporta pressioni «sulla spesa pensionistica, sanitaria e per la long-term care, con un lieve effetto compensativo sulla spesa per l'istruzione». Basta guardare i dati delle dichiarazioni dei redditi degli italiani, riporta Giorgetti: nel 2004, i contribuenti sotto i 45 anni rappresentavano il 41% del totale. Nel 2023, questa percentuale è scesa al 31%. Questo perché la quota di reddito dichiarata dai contribuenti con almeno 65 anni è aumentata dal 24% al 35%, mentre quella dei contribuenti tra i 15 e i 44 anni è diminuita dal 37% al 23%. Gli ultimi dati sulle dichiarazioni dei redditi mostrano anche segnali di invecchiamento della popolazione.
Il declino demografico italiano si coglie anche guardando il numero di studenti. Tra l'anno scolastico 2018/2019 e 2022/2023 si conta una riduzione del 5,2% degli studenti, evidenzia Giorgetti. Il calo «viene parzialmente per ora compensato dal progressivo incremento degli iscritti con cittadinanza straniera e del tasso di scolarità nella fascia dei 15-19enni».
Allo stesso tempo però, precisa Giorgetti, il tema «dei flussi migratori 'in' e 'out' che possono più o meno compensare la dinamica demografica deve essere gestito e non può essere affidato alla naturale evoluzione delle situazioni». Occore «gestire in modo intelligente questi fenomeni. Non è semplice» ma «quello che non può assolutamente essere accettato è che si lasci una sorta di far west incontrollato».
Stando poi ai dati Ue, per effetto «delle sfide demografiche il contributo alla crescita dalla forza lavoro sarà negativo dal 2030» spiega e «questo trend di fondo vale per l'Italia e per le altre economie europee», afferma il titolare del Mef.
La questione della «denatalità presenta elementi di sovrapposizione con quella dello spopolamento territoriale». In conseguenza dei bassi tassi di natalità e fecondità le previsioni demografiche indicano un calo della popolazione residente in Italia tanto nel breve termine (-1,1 per mille in media annua fino al 2030), quanto nel medio (-3,3 per mille fino al 2050) e lungo termine (-5,8 per mille fino al 2080).
Il fenomeno è molto più accentuato nel Mezzogiorno tricolore. Nel breve termine, continua Giorgetti, «si prevede infatti un lieve incremento di popolazione nel Nord Italia (+1,5 per mille annuo), un lieve calo al Centro (-0,9) e un più marcato decremento nel Mezzogiorno (-4,8)». Nel medio e lungo periodo poi, il calo sarà generalizzato in tutte le ripartizioni territoriali, «ma ben più sostenuto nelle regioni meridionali dove la popolazione potrebbe calare di 3,4 milioni di abitanti entro il 2050 e di ben 7,9 milioni entro il 2080».
In questo quadro risulta ancora più importante incrementare la partecipazione femminile al mercato del lavoro, anche se, ammette Giorgettti, «difficilmente potremo operare solo mediante leva fiscale, attraverso una riduzione delle aliquote marginali: il prelievo fiscale, per sua natura, è neutrale rispetto al genere. Possono essere previste alcune specifiche detrazioni che indirettamente influenzano l’offerta di lavoro femminile».
Anche per questo il ministro ha ricordato che «è stato istituito presso la presidenza del Consiglio un tavolo tecnico per valutare modifiche alla legislazione vigente in materia di Isee, visto che a distanza di dodici anni alcuni parametri previsti nel decreto istitutivo dell'Isee potrebbero essere non più idonei a misurare l'effettiva situazione delle famiglie che nel tempo si è profondamente trasformato». (riproduzione riservata)