L'economia italiana resta esposta a rischi prevalentemente al ribasso, legati soprattutto a fattori geopolitici e internazionali» e la guerra in Medio Oriente sottrarrebbe tra 3 e 4 decimi di punto percentuale alla crescita del pil dell'Italia nel 2026-27. Lo ha stimato l'Ufficio parlamentare di bilancio nel Rapporto sulla politica di bilancio, confermando le previsioni diffuse ad aprile e stima una crescita del pil dello 0,5% nel 2026 e dello 0,6% negli anni successivi.
Le previsioni dell'organismo parlamentare di controllo dei conti, delineano «una fase di espansione dell'economia italiana appena più moderata di quella prefigurata dal Mef» e le attese sono «lievemente più caute rispetto a quelle del Dfp, a eccezione che sul 2027 per il quale sono allineate». Lungo l'orizzonte di previsione, osserva l'Upb, «l'attività economica sarebbe sostenuta dalla tenuta dell'occupazione, che attenuerebbe gli effetti delle nuove pressioni inflazionistiche sul potere d'acquisto, oltre che dall'impulso proveniente dai programmi di investimento previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza soprattutto quest'anno».
Si parla infatti di un impatto del Pnrr sul livello del pil (ossia il valore, da distinguere dal tasso di crescita) dell’1,8% nel 2026. E negli anni successivi, «il graduale riassorbimento dell'impulso di spesa ridurrebbe l'impatto del Piano, che si attesterebbe all'1,1% sul livello del pil nel 2030». Investimenti pubblici a elevato grado di efficienza e complementarità con il capitale privato «potrebbero avere effetti rilevanti sul livello del pil ben oltre la conclusione del Piano, fino al 2,6% di pil al 2030», aggiunge l’Upb.
Per quanto riguarda i prezzi, il rapporto stima che il deflatore dei consumi privati dovrebbe accelerare al 3% quest’anno (dall’1,4% del 2025), soprattutto a causa della guerra in Medio Oriente, per poi rallentare al 2,3% nel 2027 e convergere intorno al 2% alla fine del periodo di previsione.
«L’economia affronta le difficoltà del quadro internazionale da una posizione di accresciuta solidità dei conti pubblici. Il mantenimento di una linea di prudenza nella politica di bilancio degli ultimi anni ha rafforzato la capacità di fronteggiare le turbolenze esterne e le recenti pressioni sui mercati sovrani globali», ha sottolineato la presidente dell'Upb Lilia Cavallari, presentando il rapporto.
«Mantenere un percorso credibile di riduzione del debito è essenziale per evitare che shock esterni si traducano in repentini deterioramenti del merito di credito e possano generare crisi di ampia portata», ha aggiunto spiegando che l’analisi dell’Upb mostra che i rendimenti dei titoli di Stato italiani reagiscono significativamente alle sorprese su quadro macroeconomico e spesa pubblica. Anche perché «appaiono perlopiù utilizzati i margini di bilancio lungo l’orizzonte di previsione, limitando l’uso della politica di bilancio per contrastare l’attuale crisi e quelle che dovessero materializzarsi in futuro». Mentre «gli eventi in corso suggeriscono l’urgenza di costituire riserve di bilancio per poter far fronte a shock rilevanti, in particolare nei mercati energetici», dice l'Upb, aggiungendo «nuove priorità: difesa, transizioni climatica, energetica e demografica, digitale, in particolare quelle legate all’intelligenza artificiale».
Un fattore di rischio per il debito pubblico «riguarda la realizzazione dei proventi da privatizzazioni incorporati nel Dfp, pari allo 0,8% del pil nel triennio 2026-28. In assenza di tali introiti, la stabilizzazione del rapporto nel 2027 verrebbe meno e la successiva riduzione partirebbe da un livello più elevato; nel 2029 il debito si attesterebbe al 137,2% del pil, 0,8 punti al di sopra della stima ufficiale». Inoltre, anche ipotizzando la piena realizzazione del programma di dismissioni, l’analisi probabilistica evidenzia che «la probabilità di riduzione del rapporto tra debito e pil rispetto all’anno precedente resta contenuta nel biennio 2026-27 (rispettivamente pari al 30 e 50%), per poi aumentare sensibilmente negli anni successivi».
Guardando, intanto, alle stime sul debito pubblico, ci sono buone notizie. Nel 2025 il deficit delle amministrazioni pubbliche è sceso al 3,1% del pil (dal 3,4% del 2024), risultando inferiore di 0,2 punti rispetto all'obiettivo del Piano strutturale di bilancio. E pur se «la crescita della spesa netta è stata sopra ai limiti stabiliti dalla Ue», per la Commissione europea l'Italia «ha nel complesso rispettato le regole». Secondo il Documento di finanza pubblica 2026, il deficit scenderebbe al 2,9% nel 2026, ponendo le basi per l'uscita dalla procedura per i disavanzi eccessivi nel 2027, e, a legislazione vigente, diminuirebbe lungo l'orizzonte di previsione, fino a raggiungere il 2,1 per cento nel 2029. La spesa per interessi, «stabile al 3,9% del pil nel 2025, è però attesa in aumento fino al 4,5% nel 2029, per effetto del rialzo dei rendimenti».
L’Upb segnala inoltre che «indicazioni programmatiche sulla prossima manovra sarebbero state opportune nell'ambito del Dfp, considerato soprattutto il rischio di mancato rispetto del limite della crescita della spesa netta nel 2027 riportato nelle stime ufficiali», evidenzia l'Upb.
Proprio soffermandosi su misure già messe in atto dal governo, il rapporto annuale ha segnalato che gli interventi sull'Irpef e sulla flat-tax hanno «accentuato le disparità di trattamento tra le varie tipologie di reddito» e «allontanato l'obiettivo di graduale perseguimento dell'equità orizzontale».
E da segnalare c’è anche che «nonostante i progressi sull'attività di recupero (in aumento di 2,8 miliardi nel 2025 secondo quanto indicato nel Documento di finanza pubblica) e il calo della propensione all'evasione nell'ultimo decennio, l'Italia ha tuttora un tasso di fedeltà fiscale tra i più bassi nell’Ue», ha riportato Cavallari.
Un altro elemento chiaroscuro riguarda il mercato del lavoro italiano. «Continua la buona performance dell'occupazione: nel 2025 gli occupati sono aumentati di circa 180.000 unità, soprattutto tra le donne e i lavoratori oltre i 50 anni». Allo stesso tempo, «le retribuzioni contrattuali sono cresciute del 3,1%, favorendo un recupero del potere d'acquisto; in termini reali, tuttavia, i salari rimangono inferiori di oltre l'8% rispetto ai valori medi del 2020». (riproduzione riservata)