L’attualità dell’insegnamento di Luigi Einaudi è stata riaffermata dal governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, intervenuto alla cerimonia tenutasi al Campidoglio per commemorarne i 150 anni dalla nascita.
La stabilità monetaria e l’equilibrio dei conti pubblici erano stati aspetti due fondamentali del pensiero di Einaudi, che fu governatore della Banca d’Italia dal gennaio del ’45 al maggio del ’48, quando venne eletto presidente della Repubblica subentrando ad Enrico de Nicola, dopo essere stato nominato a partire dal maggio del ’47 anche vice presidente del Consiglio e ministro del Bilancio nel quarto governo De Gasperi. Questa singolare e straordinaria combinazione di funzioni pubbliche testimonia la altissima considerazione che si era conquistato come intellettuale, professore universitario di economia e giornalista.
Einaudi fu dunque protagonista dell’eccezionale stagione politico-costituzionale, caratterizzata dalla elaborazione della Costituzione della Repubblica, che recepiva due capisaldi del pensiero liberale: la tutela del risparmio in ogni sua forma, proclamata dall’articolo 47; e la complessiva disciplina dell’articolo 81, in base al quale mentre la legge di bilancio non poteva disporre nuove entrate e nuove spese, ogni altra legge di spesa doveva indicare i mezzi idonei a farvi fronte.
Se la stabilità della moneta era il prerequisito per la tutela del risparmio, che altrimenti sarebbe stato eroso dall’inflazione, la politica di bilancio doveva «essere contrassegnata non già dall’automatico pareggio del bilancio ma dal tendenziale conseguimento dell’equilibrio tra entrate e spesa», come ebbe ad affermare la Corte costituzionale nella famosa sentenza n.1 del 1966, che invece venne considerata abilitativa di un ricorso indiscriminato al debito pubblico come mezzo di copertura.
In quegli anni stessi, il debito pubblico venne incenerito dalla fiammata inflazionistica che si era accesa a partire sin dal ’40 col deflatore del pil al 20%, divampando al 115% nel ’44 per via delle Am-Lire emesse dagli Alleati dopo lo sbarco in Sicilia, per poi spegnersi improvvisamente nel ’48 toccando solo il 10% quando questa montagna di carta moneta che era stata stampata e falsificata senza sosta fu finalmente messa fuori corso. Il debito, che nel ’42 era arrivato al 115,9% in rapporto al pil, nel ’48 toccò appena il 29%: a lire cumulativamente inflazionate, in termini reali non valeva più nulla.
Paradossalmente, fu dunque con Einaudi, allo stesso tempo ministro del Bilancio e governatore, che l’inflazione arrivata alle stelle, il peggiore dei mali possibili in quanto distrugge il risparmio, determinò l’abbattimento dell’altro male assoluto, un debito pubblico divenuto enorme e che già tosava gli investitori remunerandoli a tassi di interesse derisori. Si diede corso così a un prelievo patrimoniale di dimensioni colossali, che mai il fascismo si era azzardato a compiere: anche nel ’35, quando si offrì la conversione del debito nella rendita perpetua al 5%, il capitale finanziario era stato pienamente soddisfatto nelle proprie aspettative.
Alterne vicende politiche, economiche e finanziarie hanno riproposto nel corso del tempo il problema del controllo sia dell’inflazione che del debito pubblico, che crebbe senza sosta fino alla crisi valutaria del ’92 anche per via del divorzio tra la Banca d’Italia e il Tesoro avviato nel 1981.
Mentre il reingresso della lira nello Sme e poi l’introduzione dell’euro impedirono il perpetuarsi della spirale inflazione-svalutazione, una lunghissima e ininterrotta stagione di disciplina fiscale ridusse gradualmente il rapporto debito/pil dell’Italia portandolo nel 2008, alla vigilia della grande crisi finanziaria americana, appena al di sotto della soglia del 100%.
Violente tensioni finanziarie e conseguenti pressioni speculative colpirono successivamente l’area periferica dell’Europa mettendo nuovamente a soqquadro i conti italiani. L’intero decennio successivo, dal 2009 al 2019 e dunque fino alla vigilia del biennio pandemico, è stato caratterizzato dalla concomitanza di politiche di bilancio fortemente restrittive, per via della adozione del Fiscal Compact che ambiva al raggiungimento del pareggio strutturale dei bilanci pubblici nell’Eurozona, e di condizioni monetarie eccezionalmente espansive decise dalla Bce: nonostante queste ultime, la crescita dell’economia italiana risultò fortemente penalizzata. Il rapporto debito/pil, inizialmente peggiorato per via di due successive cadute del prodotto, rimase successivamente inchiodato su livelli assai più elevati rispetto a quelli del 2008 a causa della stagnazione dell’economia reale congiunta alla tendenziale deflazione dei prezzi.
L’eccezionale aumento del debito pubblico che fu successivamente deciso per contrastare gli effetti paralizzanti della crisi sanitaria, unitamente alla adozione di nuove misure non convenzionali di politica monetaria accomodante, hanno riportato all’indietro le lancette della Storia, con livelli di inflazione mai registrati così alti dopo le due crisi petrolifere del 1973 e del 1980.
L’insegnamento in materia di stabilità monetaria e di prudenza in materia di debito pubblico è dunque più attuale che mai, visto che non solo in Italia ci ritroviamo nuovamente con livelli record di debito pubblico dopo aver registrato un elevatissimo tasso d’inflazione che è stato corretto al costo di una assai drastica stretta monetaria.
Sono i fenomeni economici a essere assai di sovente imprevedibili e ingovernabili, nonostante ogni buona intenzione: ed è ben per questo che lo stesso Einaudi pose alle dispense che raccoglievano i suoi scritti il titolo di Prediche inutili. (riproduzione riservata)