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Dazi Usa, tariffe al 39% per la Svizzera, che valuta stop acquisto F-35. Dal cioccolato agli orologi, ecco i prodotti più colpiti
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Dazi Usa, tariffe al 39% per la Svizzera, che valuta stop acquisto F-35. Dal cioccolato agli orologi, ecco i prodotti più colpiti

07 agosto 2025, 13:10 Ultimo aggiornamento: 16:29

Fallito il tentativo del governo di svizzero di mediare con Donald Trump, per i beni elvetici scatta il maxi dazio. Gli Stati Uniti sono tra i mercati più importanti per l’export di molti prodotti svizzeri

Niente da fare per la Svizzera. Il tentativo last minute dei leader elvetici, volati negli Stati Uniti per trovare un compromesso con il presidente Donald Trump ed evitare dazi al 39%, non ha funzionato. Oggi, 7 agosto 2025, scatta la maxi tariffa sulle merci esportate dalla confederazione negli Usa. Tra cioccolato e orologi di lusso, molti oggetti simbolo dell’economia svizzera finiscono sotto la scure del tycoon. La Svizzera reagisce congelando l’acquisto dei jet da combattimento F-35 dagli Usa. 

Il contesto 

A inizio agosto Trump ha annunciato dazi del 39% sulle merci svizzere alla luce di un surplus commerciale – a favore di Berna – che ha superato i 40 miliardi di dollari tra gennaio e maggio 2025, complice la forte domanda di oro e farmaci. 

La presidente svizzera Karin Keller-Sutter e il ministro dell’Economia Guy Parmelin hanno incontrato il segretario di Stato Usa Marco Rubio il 6 agosto,ma il risultato atteso non è arrivato. I due sono tornati in Svizzera senza nessuno sconto. 

Tariffe «devastanti» per gli orologi 

La Svizzera è nota per alcune delle marche di orologi di lusso più apprezzate. Tra queste Rolex, Patek Philippe, Audemars Piguet e Oris. Gli orologi elvetici sono venduti in tutto il mondo, ma gli Stati Uniti rappresentano il primo mercato con un export da 4,4 miliardi di franchi svizzeri (5,4 miliardi di dollari) nel 2024 secondo la Federazione dell’industria orologiera svizzera.

Per la filiera svizzera degli orologi un dazio del 39% sarebbe «devastante», ha detto Jean-Philippe Bertschy, responsabile della ricerca azionaria svizzera di Vontobel, a Cnbc. «Per gli orologi di lusso, marchi come Rolex, Patek Philippe e Audemars Piguet, ci sono lunghe liste d’attesa. Quindi penso che per queste aziende sarà più facile aumentare i prezzi». I brand meno d’élite, invece, rischiano di più. «Hanno già aumentato i prezzi in primavera in media del 5-10%, un altro aumento sarà difficile da sostenere per i consumatori statunitensi, soprattutto nel segmento medio».

Il nodo del cioccolato svizzero

Poi, il cioccolato. Nel 2023 la Svizzera ha esportato 1,15 miliardi di dollari di cioccolato, principalmente in Germania e negli Stati Uniti (dati Oec – Observatory of Economic Complexity). Di conseguenza, una tariffa del 39% rappresenta un ostacolo non da poco, soprattutto per i produttori di piccole e medie dimensioni, come ha sottolineato Roger Wehrli, direttore dell’associazione svizzera dei produttori di cioccolato Chocosuisse. 

Le multinazionali come Lindt e Barry Callebaut, infatti, hanno fabbriche negli Stati Uniti che possono aiutarle a mitigare gli effetti dei dazi. Le piccole, no. Inoltre, le regole svizzere prevedono che solo chi produce prevalentemente nel Paese possa etichettare il suo prodotto come «cioccolato svizzero». 

Danni limitati per Nestlé

Più agevole sembra la posizione dei produttori di beni di consumo come il colosso Nestlé, principale rappresentante di questa categoria in Svizzera con un fatturato di oltre 91 miliardi di franchi nel 2024.

«Per quanto riguarda i dazi, l’impatto nel primo semestre è stato minimo. Guardando all’intero anno, ritengo che l’impatto sul gruppo sarà pari a un paio di decine di punti base», ha detto Anna Manz, chief financial officer di Nestlé in occasione della presentazione dei conti del primo semestre 2025 agli analisti. 

Il gruppo ha diversi stabilimenti produttivi negli Stati Uniti e può rifornire il mercato americano da lì, senza passare per le dogane. Ma c’è almeno un’eccezione di peso: il caffè Nespresso. Questo «è interamente prodotto in Svizzera e poi esportato», ha detto Edwardes Jones, managing director of consumer research di Rbc Capital Markets.

Tariffe gestibili per Galderma

Infine, la bellezza. La Svizzera è patria di numerosi brand di skincare, creme e altri prodotti per la cura personale. In generale il settore «potrebbe sopportare un dazio del 10-15% senza una significativa erosione dei margini o una perdita di domanda», sostiene Lombard Odier in una nota, tuttavia «il 39% pone l’asticella molto più in alto». 

Tra i player del comparto Galderma, colosso da 4,4 miliardi di dollari di fatturato nel 2024, ritiene che le tariffe siano «gestibili». A luglio il gruppo ha alzato le stime 2025, puntando a una crescita dei ricavi tra il 12% e il 14%. I dazi  – fino a quel momento il riferimento era il 31% annunciato da Trump ad aprile per la Svizzera – «sono stati pienamente scontati», si legge in una nota, e Galderma crede di avere «la capacità di assorbire un ulteriore impatto e il deterioramento della domanda dei consumatori». (riproduzione riservata)



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