Il giorno del giudizio è arrivato. È il 1° agosto. Mentre l’Europa dormiva dagli Stati Uniti è arrivata la notizia destinata a ridefinire gli equilibri commerciali globali: il presidente statunitense, Donald Trump, ha firmato il 31 luglio un nuovo ordine esecutivo che introduce un'ondata di tariffe doganali contro decine di Paesi, segnando un ulteriore irrigidimento della politica commerciale americana in vista del prossimo appuntamento elettorale.
«Ho riscontrato che le condizioni riflesse nei deficit commerciali annuali elevati e persistenti degli Usa costituiscono una minaccia insolita e straordinaria per la sicurezza nazionale e l’economia del Paese, che ha la sua origine in tutto o in gran parte al di fuori degli Stati Uniti», si legge nell’ordine esecutivo della Casa Bianca. «Ho dichiarato lo stato di emergenza nazionale in relazione a tale minaccia e, per farvi fronte, ho imposto dazi ad valorem aggiuntivi che ho ritenuto necessari e appropriati».
Le nuove misure entreranno ufficialmente in vigore il 7 agosto, con alcune eccezioni sulle spedizioni via mare che slitteranno al 5 ottobre. Le tariffe spaziano da un minimo del 10% a un massimo del 41%, con picchi impattanti per alcuni partner strategici, Canada in primis con un aumento dei dazi dal 25% al 35% e una motivazione esplicita: «ritorsioni e inazione» da parte di Ottawa.
Penalizzate oltre le previsioni la Svizzera, con una tariffa al 39%, e la Siria con un pesante 41%, subito dietro Laos e Myanmar con il 40% ciascuno. Mentre il Sudafrica dovrà affrontare dazi del 30% e il Brasile, oltre a quelli base del 10%, un'ulteriore tariffa del 40% su specifiche merci, in un chiaro atto di pressione politica contro il presidente Lula.
Graziata, ma solo in parte, Taiwan al 20%, lo stesso livello di Bangladesh, Vietnam e Sri Lanka. Mentre al Messico è stata concessa una proroga di 90 giorni. I Paesi non menzionati nell’elenco di Trump, o quelli con un deficit commerciale o un surplus modesto, saranno soggetti a un’imposta base del 10%.
Ha retto, invece, l’accordo raggiunto a luglio in Scozia tra Trump e la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. Infatti i dazi per l’Unione Europea restano al 15%, evitando un’escalation che avrebbe potuto mettere ulteriore pressione alle esportazioni continentali. A sorpresa l’ordine esecutivo ha lasciato fuori - almeno per ora - le auto, su cui sono rimasti dazi al 27,5% invece del 15% concordato con l’Ue.
Le altre eccezioni riguardano l'acciaio e l'alluminio (per i quali i dazi rimarranno al 50%) e gli aeromobili. Inoltre, l’Ue si è impegnata acquistare energia dagli Stati Uniti per un valore di 750 miliardi di dollari durante il mandato del presidente Trump, a investire 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti (un impegno poco chiaro che dipenderà dalle incerte decisioni di investimento del settore privato) e ad acquistare una quantità ancora non specificata di equipaggiamento militare statunitense. Un conto un po’ salato: in tutto 1.350 miliardi di dollari. Il Giappone staccherà un assegno di «soli» 550 miliardi.
Restrizioni commerciali che dovrebbero indebolire la crescita dell'Eurozona di circa un punto percentuale nei prossimi trimestri, portandola quasi a un arresto nella seconda metà dell'anno, secondo Nicola Mai, economista e analista del credito sovrano di Pimco e Konstantin Veit, portfolio manager di Pimco.
L’economia dell'Eurozona non ha mostrato finora segni significativi di rallentamento, con una crescita del pil superiore all'1% su base annua nella prima metà dell'anno e con l'indice composito dei responsabili degli acquisti (Pmi) in leggero aumento a luglio, nonostante le crescenti tensioni commerciali. «Ma continuiamo a prevedere un rallentamento della crescita nell'area dell'euro per il resto dell'anno», affermano Mai e Veit.
Anche Giappone (15%), Gran Bretagna (10%), India (25%) e Corea del Sud (15%) mantengono i livelli precedenti. «Si ha la sensazione che Trump abbia ottenuto praticamente tutte le concessioni che sperava di ottenere nei negoziati commerciali condotti fino a oggi», ha commentato Mark Dowding, Fixed Income Cio di Rbc BlueBay AM. «La nostra analisi ci porta a concludere che gli Stati Uniti hanno aumentato il tasso medio dei dazi a circa il 18% su base globale. Partendo da questo presupposto, prevediamo che le entrate annuali derivanti dai dazi statunitensi si attesteranno intorno ai 450 miliardi di dollari, contro i 77 miliardi del 2024, con un aumento pari all'1,25% del pil. Questo gettito dovrebbe contribuire a ridurre il deficit fiscale statunitense leggermente al di sotto del 7% del pil nel prossimo anno».
In assenza di dazi di ritorsione significativi, questo risultato è stato considerato ottimo per gli Stati Uniti. Ha persino permesso a un presidente americano di ottenere consensi trasversali per una politica di aumento delle tasse. Si tratta di un evento piuttosto raro, ha aggiunto Dowding. «Ma forse ancora più importante è il fatto che la conclusione degli accordi commerciali, insieme all'approvazione del bilancio statunitense, ha contribuito a ridurre l'estrema incertezza politica che pochi mesi fa pesava sulla fiducia delle imprese e dei consumatori», ha spiegato. «Ciò rendeva molto difficile formulare previsioni economiche per il futuro con un minimo di sicurezza. Ora che la situazione si sta stabilizzando, si ha la sensazione che l'andamento dell'economia statunitense rimanga più ottimistico di quanto molti temessero in precedenza».
Di rilievo anche la clausola introdotta contro il cosiddetto «trans-shipping»: qualsiasi merce che la U.S. Customs ritenga essere stata spedita da un Paese terzo (spesso la Cina) per aggirare dazi più alti, sarà automaticamente tassata al 40%. Un segnale forte, soprattutto per quei Paesi usati come hub di riconfezionamento o transito strategico.
Questo nuovo atto conferma una linea protezionistica marcata che continuerà, con ogni probabilità, a influenzare le dinamiche di prezzo, le filiere produttive e i flussi di capitali. Gli impatti principali possono essere sintetizzati in tre direttrici:
1) Inflazione e volatilità nei settori esposti: industrie legate a componentistica, metalli, agroalimentare e automotive dovranno ricalibrare margini e prezzi di vendita, con conseguente aumento dell’inflazione importata, in particolare nei mercati emergenti.
2) Riposizionamento delle supply chain: le aziende più esposte ai mercati nordamericani potrebbero accelerare processi di rilocalizzazione produttiva o stringere nuove alleanze commerciali, soprattutto in Asia e America Latina.
3) Opportunità per l’Europa? L’Ue mantiene una posizione relativamente stabile grazie all’accordo Scozzese. Ciò potrebbe tradursi in un vantaggio competitivo temporaneo per alcune aziende esportatrici europee, in particolare nei settori tech, beni di consumo e meccanica. (riproduzione riservata)