La battaglia sui dazi in Tribunale si accende di un altro colpo di scena ed è caos. La Corte d'appello degli Stati Uniti ha accolto il ricorso dell'amministrazione Trump e ha sospeso temporaneamente la sentenza della Us della Court of International Trade che aveva bloccato le tariffe reciproche a gran parte del mondo e quelle decise contro il Canada, il Messico e la Cina per l'immigrazione e il fentanyl. Inoltre ha ordinato ai ricorrenti nelle cause di rispondere entro il 5 giugno e all'amministrazione entro il 9 giugno. Una vittoria temporanea per il presidente statunitense. Lo scontro giudiziario è solo all’inizio, molto probabilmente arriverà alla Corte Suprema.
Il 29 maggio la Corte federale del commercio degli Stati Uniti, poco conosciuta, aveva emesso una sentenza che bloccava i dazi, dichiarandoli «illegali», in seguito alle numerose cause legali che sostenevano che Donald Trump avesse oltrepassato la sua autorità e reso la politica commerciale eccessivamente dipendente dalla sua discrezione personale.
Ma ora la sentenza della Us Court of International Trade è «temporaneamente sospesa fino a nuovo avviso, mentre questa corte esamina i documenti delle istanze», ha stabilito la Corte d'appello. L'amministrazione Trump ha molte opzioni a sua disposizione. Una di queste è quella di ricorrere alla Section 232 per i dazi reciproci così da continuare ad aggirare il Congresso. «Il presidente Trump si è impegnato a mettere l'America al primo posto e l'amministrazione è determinata a utilizzare ogni leva del potere esecutivo per affrontare questa crisi e ripristinare la grandezza americana», ha affermato il portavoce, Kush Desai.
I dazi sono uno dei tasselli principali della politica di Trump per risanare i conti pubblici americani: possono portare nelle casse del governo fino a 3.300 miliardi di dollari in dieci anni. Ma dopo gli ultimi pronunciamenti delle Corti quali restano e quali no? In vigore, al momento, ci sono quelli del 25% su acciaio e alluminio provenienti da partner storici come Unione Europea, Canada, Messico, Giappone e Corea del Sud. Rimangono anche quelli al 25% sulle auto e sui prodotti derivati che includono minerali rari, batterie e microchip. Per quanto riguarda la Cina, restano le tariffe al 30% su tutte le merci, incluse quelle del 20% legate alla crisi dell'oppioide Fentanyl e un 10% di dazi universali. Le tariffe fino al 145% sono state sospese per 90 giorni. Quelle al 50% all’Europa fino al 9 luglio. Anche i dazi reciproci applicati ai Paesi che Trump considera non corretti con gli Stati Uniti sono sospesi.
Dopo la decisione della Corte d’Appello Usa i futures statunitensi sono in leggero calo (-0,09% quello sul Dow Jones e -0,13% quello sull’S&P500), il dollaro sale nei confronti dell’euro, che vale 1,1344 (-0,10%), viceversa scende nei confronti dello yen (-0,21% a 143,85). Il rendimento del Treasury Usa 10 anni è pressoché stabile al 4,42% e quello del 30 anni scende al 4,91%.
«I negoziati commerciali si trovano ora in una sorta di limbo, poiché è difficile vedere come Trump possa giustificare l’imposizione di dazi se non è chiaro se abbia i mezzi legali per farlo», afferma Matthew Ryan, Head of Market Strategy di Ebury. «Una preoccupazione per i mercati è che la sentenza possa prolungare il periodo di incertezza, poiché eventuali escamotage legali richiederanno tempo e il rafforzamento della posizione dei partner commerciali potrebbe compromettere le possibilità di raggiungere accordi prima della scadenza del 9 luglio».
La decisione della Corte rappresenta l’inizio di una lunga battaglia legale, potenzialmente destinata ad approdare alla Corte Suprema. «Ed è questo, più ancora del merito, il vero market moving event: l’incertezza normativa americana torna a occupare la scena, alimentando volatilità e diffidenza tra gli investitori», sottolinea Gabriel Debach, market analyst di eToro.
Trump, però, non ha finito le munizioni. Può spostarsi su altri fronti legislativi: Balance of Payments Act (Sezione 122), Tariff Act del 1930 (Sezione 338) o nuove indagini tramite la Sezione 301. «Strade alternative, già battute, che potrebbero riportare i dazi sotto una veste diversa ma con impatto simile», aggiunge Debach. «Il messaggio che arriva ai mercati è chiaro: la minaccia tariffaria non è sparita, ma è imbrigliata dalla burocrazia. Non è la fine delle tensioni commerciali, è solo una deviazione di percorso. E proprio per questo, i negoziati, soprattutto con l’Europa, rischiano di diventare ancora più aspri». (riproduzione riservata)