Il commercio globale si muove su una linea sottile. Stati Uniti e Unione Europea cercano un’intesa per evitare un’escalation tariffaria mentre l’attacco americano ai siti nucleari iraniani rischia di incendiare il Medio Oriente, con effetti a catena sull’energia, l’inflazione e la stabilità economica internazionale.
Bruxelles starebbe trattando con Washington per chiudere un accordo commerciale che prevede dazi del 10% nella speranza di evitare tariffe più elevate su automobili (già al 25%), farmaci ed elettronica. L’obiettivo è chiaro: impedire l’entrata in vigore di tariffe punitive fino al 50%, sospese solo temporaneamente fino al 9 luglio.
Per l’Unione Europea accettare questa soglia significa rinunciare, almeno in parte, ai principi del libero scambio multilaterale e piegarsi a una logica bilaterale di contenimento. Ma con un surplus di 198 miliardi di dollari delle merci verso gli Usa, Bruxelles è consapevole che il rischio di una guerra commerciale è oggi più dannoso di un compromesso.
Venerdì 20 giugno il Wall Street Journal ha rivelato che gli Usa e Ue sarebbero vicini a un accordo su questioni commerciali non tariffarie, tra cui le norme sulla deforestazione e il trattamento delle aziende tecnologiche statunitensi. Un’intesa simile potrebbe facilitare le trattative sui dazi, che potrebbero però essere prorogate a dopo il 9 luglio.
A complicare il quadro è arrivato il raid statunitense contro tre impianti nucleari iraniani, tra cui Natanz e Fordow, nella notte tra il 21 e il 22 giugno. Un’operazione chirurgica, battezzata «Midnight Hammer», condotta con bombardieri B-2 e missili da crociera lanciati da sottomarini.
La reazione iraniana è stata immediata: minacce esplicite di chiusura dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico da cui transita circa il 20% del greggio mondiale. Gli Stati Uniti hanno risposto definendo il blocco «un suicidio economico» per Teheran e hanno allertato la marina nella regione.
I mercati hanno reagito con nervosismo: la mattina del 23 giugno il Brent si è infiammato e ha toccato quasi 80 dollari al barile, per poi ritracciare e assestarsi intorno ai 75 dollari. Secondo gli analisti il greggio gode di un «premio geopolitico» di almeno 10 dollari al barile, già incorporato nei prezzi.
L’effetto domino non si è fatto attendere. Il dollaro si è rafforzato sui mercati valutari, mentre i principali listini azionari europei hanno aperto in calo. Gli investitori temono che l’aumento del prezzo del petrolio, sommato a nuovi dazi commerciali, possa alimentare di nuovo l’inflazione, complicando il lavoro delle banche centrali.
Mercoledì 18 giugno la Federal Reserve ha mantenuto i tassi d’interesse fermi tra il 4,25% e il 4,5%, e ha fatto sapere che eventuali sforbiciate future dipenderanno dall’evoluzione delle tensioni geopolitiche e l’inflazione. In questo contesto Morgan Stanley e Reuters segnalano un rischio crescente di «stagflazione»: un mix pericoloso di crescita debole e inflazione alta. (riproduzione riservata)