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Abbas Araghchi, ministro degli Esteri Iraniano
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Dazi, Usa-Ue vicini all'accordo? Ecco perché la guerra in Iran e il petrolio rischiano di complicare tutto

di Franco Luigi Sani
23 giugno 2025, 12:03

L’accordo commerciale tra Usa e Ue rappresenta oggi una delle poche leve disponibili per evitare una nuova frattura nel sistema degli scambi internazionali. Ma resta appeso a un filo, e il tempo stringe.

Il commercio globale si muove su una linea sottile. Stati Uniti e Unione Europea cercano un’intesa per evitare un’escalation tariffaria mentre l’attacco americano ai siti nucleari iraniani rischia di incendiare il Medio Oriente, con effetti a catena sull’energia, l’inflazione e la stabilità economica internazionale.

Un’intesa tra Usa e Ue per scongiurare una nuova guerra commerciale

Bruxelles starebbe trattando con Washington per chiudere un accordo commerciale che prevede dazi del 10% nella speranza di evitare tariffe più elevate su automobili (già al 25%), farmaci ed elettronica. L’obiettivo è chiaro: impedire l’entrata in vigore di tariffe punitive fino al 50%, sospese solo temporaneamente fino al 9 luglio.

Per l’Unione Europea accettare questa soglia significa rinunciare, almeno in parte, ai principi del libero scambio multilaterale e piegarsi a una logica bilaterale di contenimento. Ma con un surplus di 198 miliardi di dollari delle merci verso gli Usa, Bruxelles è consapevole che il rischio di una guerra commerciale è oggi più dannoso di un compromesso.

Venerdì 20 giugno il Wall Street Journal ha rivelato che gli Usa e Ue sarebbero vicini a un accordo su questioni commerciali non tariffarie, tra cui le norme sulla deforestazione e il trattamento delle aziende tecnologiche statunitensi. Un’intesa simile potrebbe facilitare le trattative sui dazi, che potrebbero però essere prorogate a dopo il 9 luglio

L’attacco all’Iran e il nuovo rischio petrolio

A complicare il quadro è arrivato il raid statunitense contro tre impianti nucleari iraniani, tra cui Natanz e Fordow, nella notte tra il 21 e il 22 giugno. Un’operazione chirurgica, battezzata «Midnight Hammer», condotta con bombardieri B-2 e missili da crociera lanciati da sottomarini.

La reazione iraniana è stata immediata: minacce esplicite di chiusura dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico da cui transita circa il 20% del greggio mondiale. Gli Stati Uniti hanno risposto definendo il blocco «un suicidio economico» per Teheran e hanno allertato la marina nella regione.

I mercati hanno reagito con nervosismo: la mattina del 23 giugno il Brent si è infiammato e ha toccato quasi 80 dollari al barile, per poi ritracciare e assestarsi intorno ai 75 dollari. Secondo gli analisti il greggio gode di un «premio geopolitico» di almeno 10 dollari al barile, già incorporato nei prezzi.

Inflazione, tassi e mercati in allerta

L’effetto domino non si è fatto attendere. Il dollaro si è rafforzato sui mercati valutari, mentre i principali listini azionari europei hanno aperto in calo. Gli investitori temono che l’aumento del prezzo del petrolio, sommato a nuovi dazi commerciali, possa alimentare di nuovo l’inflazione, complicando il lavoro delle banche centrali.

Mercoledì 18 giugno la Federal Reserve ha mantenuto i tassi d’interesse fermi tra il 4,25% e il 4,5%, e ha fatto sapere che eventuali sforbiciate future dipenderanno dall’evoluzione delle tensioni geopolitiche e l’inflazione. In questo contesto Morgan Stanley e Reuters segnalano un rischio crescente di «stagflazione»: un mix pericoloso di crescita debole e inflazione alta. (riproduzione riservata)



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